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SCIENZA

Uno dei supervulcani più distruttivi al mondo si sta ricaricando

Nel sud del Giappone il Kikai mostra segnali di ricarica del magma e riaccende l'attenzione su uno dei sistemi vulcanici più potenti della storia della Terra

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Vulcano esplosivo iStock

A circa 50 chilometri a sud dell’isola di Kyushu, in Giappone, il vulcano sottomarino Kikai sta attirando l’attenzione dei geofisici per il suo costante processo di ricarica. Una recente ricerca ha rivelato che la camera magmatica responsabile di una delle più grandi eruzioni dell’Olocene si sta riempiendo nuovamente, sollevando interrogativi sulla stabilità di questo gigante sottomarino.

Attualmente, l’obiettivo è comprendere come si comportino le grandi caldere dopo un collasso catastrofico, monitorando i movimenti che avvengono a chilometri di profondità. Attraverso tecnologie di analisi sismica di ultima generazione, gli scienziati hanno potuto osservare cosa sta accadendo sotto la superficie dell’oceano, svelando un accumulo di magma che fino a poco tempo fa era rimasto nell’ombra.

Il nuovo studio

Ma parliamo, per prima cosa, proprio della ricerca sul vulcano sottomarino. Condotto dal Department of Planetology della Kobe University in collaborazione con la Japan Agency for Marine-Earth Science and Technology e capeggiato dal professor Akihiro Nagaya, lo studio si è concentrato proprio sulla caldera (la conca, in questo caso subacquea, derivata dall’ultima violenta eruzione).

Per analizzare la caldera, il team di Nagaya ha impiegato una vasta campagna di rilevamento sismico a rifrazione, una tecnica che permette di mappare le variazioni fisiche della crosta attraverso la propagazione delle onde sonore generate artificialmente. L’accuratezza dei risultati deriva dall’identificazione di anomalie di bassa velocità situate esattamente al di sotto della caldera interna, tra i 2,5 e i 6 chilometri di profondità.

Si tratta di un metodo solido, perché la velocità delle onde sismiche diminuisce in modo quantificabile quando queste attraversano zone contenenti materiale parzialmente fuso rispetto alla roccia solida circostante. La corrispondenza tra la posizione del nuovo magma e la struttura della caldera preesistente conferma che lo studio ha intercettato il cuore pulsante del sistema vulcanico, fornendo una prova empirica del processo di ricarica attiva.

Cosa dicono i dati?

Attualmente, il magma fuso all’interno della caldera va dal 3% al 6%, con picchi che potrebbero raggiungere al massimo il 10%. Anche se sembrano percentuali contenute, il team di Nagaya ha sottolineato che applicandole all’area rappresentano comunque un rischio, specie perché testimoniano che la camera magmatica non è un residuo inerte del passato, ma un sistema dinamico che sta attivamente accumulando nuovo materiale fuso proprio sotto il cuore del vulcano.

Ciò implica che il Kikai sta accumulando calore e pressione, e ciò può essere un problema per diverse ragioni. La prima è che questo colosso che si trova nelle profondità del mare è classificato come un supervulcano a causa del suo elevatissimo indice di esplosività (VEI), la seconda è che questi accumuli sfidano l’idea che i giganteschi vulcani sottomarini come lui necessitino di tempi di riposo assoluti estremamente lunghi prima di tornare in attività.

L’ultima esplosione e gli interrogativi sul futuro

Certo, il concetto di lungo è relativo: l’ultima esplosione del Kikai risale a a 7.300 anni fa, ma è stata così devastante da avere un nome preciso (Kikai-Akahoya). Per capire cosa significa “devastante” basti pensare che espulse oltre 150-170 chilometri cubi di materiale, generando flussi piroclastici che viaggiarono sopra il mare per 100 chilometri e oscurarono il sole per mesi, un evento che probabilmente portò all’estinzione di diverse comunità preistoriche nel Giappone meridionale.

La preoccupazione dei ricercatori nasce dalla constatazione che il nuovo magma si stia accumulando esattamente nello stesso serbatoio che alimentò quell’evento titanico: sapere che il sistema ha ripreso a incamerare fuso proprio nel punto di rottura storico solleva dubbi sulla ciclicità di questi fenomeni e sulla velocità con cui un colosso considerato “svuotato” possa riacquisire una massa critica di magma attivo.

Il futuro del Kikai rimane un campo di studio prioritario. La sfida della ricerca sarà ora determinare quanto tempo occorrerà affinché la pressione accumulata superi la resistenza della crosta terrestre sovrastante. Resta alta l’attenzione su un gigante sottomarino che, pur agendo nel silenzio delle profondità oceaniche, ha già dimostrato in passato di possedere l’energia necessaria per alterare radicalmente il clima e la geografia dell’intera regione.