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Il vero "super predatore" che spaventa gli animali in Africa? Lo conosciamo molto bene

Il leone sarà anche il "re" della savana, ma un nuovo studio ha ribaltato una certezza: non è lui il vero "super predatore" che terrorizza gli altri animali.

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No, non è il leone il predatore più pericoloso della savana 123RF

Nell’immaginario collettivo il leone è il “re” indiscusso della savana. Quell’animale a cui pensi quando immagini una creatura di una ferocia tale da riuscire a terrorizzare qualsiasi altro animale, di qualunque specie o dimensione esso sia. E se, in realtà, non fosse proprio così?

Un nuovo studio, pubblicato sulla rivista Current Biology, scardina questa convinzione perché sì, esiste un predatore in grado di seminare tra i mammiferi africani un panico di gran lunga superiore a quello provocato da un grande felino come il leone. Una specie eccezionalmente letale, un vero e proprio “super predatore”: siamo noi, gli umani.

Uno studio innovativo

A condurre lo studio è stato un team internazionale guidato dalla biologa della conservazione Liana Zanette e dall’ecologo Michael Clinchy della Western University in Canada. I risultati dimostrano che la paura nei confronti dell’uomo è radicata e ha un impatto ecologico molto più grande di quanto si possa immaginare.

Tutto ciò è stato possibile grazie all’uso di sofisticate tecnologie bioacustiche e di monitoraggio automatizzato, che hanno consentito di superare il solito limite: la presenza fisica dei ricercatori finisce inevitabilmente per alterare i risultati quando si studia il comportamento degli animali selvatici nel proprio habitat. Pertanto il team ha impiegato una tecnologia all’avanguardia nota come sistemi ABR (Automated Behavioural Response), ovvero “sistemi di risposta comportamentale automatizzata”, che combinano telecamere ad alta definizione, sensori di movimento e altoparlanti direzionali.

Questi dispositivi sono stati montati sugli alberi nei pressi delle pozze d’acqua, punti di passaggio obbligati per la fauna durante la stagione più secca. Al transito di un animale entro un raggio di circa 10 metri, il sensore di movimento attiva la registrazione video e, dopo soli 3 secondi, l’altoparlante riproduce un suono pre-registrato a un volume calibrato. Così i ricercatori hanno documentato 24 ore su 24 le reazioni autentiche (e senza interferenze dirette) degli animali nel loro habitat naturale.

L’esperimento in Sudafrica

L’esperimento in questione è stato condotto nel Greater Kruger National Park, in Sudafrica, un’area protetta che ospita una delle popolazioni di leoni più grandi al mondo. In particolare, i ricercatori hanno analizzato le reazioni di 19 diverse specie di mammiferi di fronte a stimoli sonori differenti. Tra i suoni trasmessi vi erano conversazioni umane calme in lingue locali (Tsonga, Northern Sotho, inglese, afrikaans), ringhi e grugniti di leoni impegnati in normali interazioni sociali, suoni tipici della caccia come spari e cani che abbaiano e, infine, canti di uccelli usati come “controllo neutro”.

Hanno raccolto oltre 15.000 video, con risultati sorprendenti: circa il 95% delle specie osservate (giraffe, leopardi, iene, zebre, elefanti) è fuggito con molta più frequenza al suono delle voci umane rispetto ai versi dei leoni o ai rumori di caccia. In presenza della voce umana, gli animali avevano il doppio delle probabilità di fuggire immediatamente e abbandonavano le pozze d’acqua il 40% più velocemente.

La cosiddetta “ecologia della paura”

Non è semplice timore, è qualcosa di totalizzante e legato alla letalità dell’essere umano, che gli animali ormai conoscono bene. Gli umani cacciano e uccidono i grandi carnivori a tassi fino a 9 volte superiori rispetto ai predatori naturali, spingendo la fauna selvatica a catalogare la nostra specie come il pericolo assoluto.

Questo fenomeno rientra nella cosiddetta “ecologia della paura”, un filone di ricerca che dimostra come lo stato di allerta e lo stress costante indotti dal timore dei predatori possano alterare i comportamenti alimentari e riproduttivi delle prede, accelerando il declino di popolazioni già a rischio o vicine all’estinzione.

In questo scenario tutt’altro che rassicurante c’è, però, anche un risvolto positivo. I biologi della conservazione hanno iniziato una sperimentazione per applicare i sistemi ABR come barriere acustiche intelligenti. Spiegandolo in parole semplici, sfruttano audio di conversazioni umane nelle aree colpite dal bracconaggio, così da tenervi lontane le specie più a rischio, come i rinoceronti bianchi. Una paura distruttiva si trasforma, così, in un efficace strumento per la salvaguardia di queste preziose creature.