Libero
INTELLIGENZA ARTIFICIALE

L'umanità robotoide: quando gli esseri umani cambiano per comunicare meglio con le macchine

Gli umani cambiano per dialogare con l'intelligenza artificiale e diventare meno imprevedibili: ecco cos'è l'umanità robotoide

3 min di lettura

Intelligenza artificiale iStock

Lo sviluppo dell’intelligenza artificiale sta trasformando il modo con cui gli esseri umani si interfacciano con le macchine. Uno studio recente, infatti, mette in evidenza il tema dell’umanità robotoide, partendo da un’osservazione ben precisa: più gli esseri umani interagiscono con l’Intelligenza Artificiale, più tendono ad assumere comportamenti simili a quelli delle macchine. Andiamo ad analizzare tutti i dettagli.

Un nuovo concetto

I ricercatori hanno coniato il termine robotoid humanness ovvero umanità robotoide per descrivere un nuovo adattamento psicologico da parte degli esseri umani che interagiscono, giorno dopo giorno, con l’intelligenza artificiale, in tutte le sue varie declinazioni (chatbot, assistenti virtuali o robot di servizio). In modo inconscio, infatti, gli utenti tendono a modificare il proprio comportamento per rendersi più “leggibili” dall’algoritmo.

Questa tendenza si traduce in vari comportamenti come la semplificazione del linguaggio con cui comunicano, la rimozione di alcune sfumature nella comunicazione stessa e anche la standardizzazione delle reazioni. L’obiettivo è chiaro: anche se in modo inconsapevole, gli esseri umani preferiscono interagire con l’IA in modo da risultare più facili da interpretare, meno particolari e più standardizzati rispetto al solito.

Un circolo vizioso

Quello che si genera è un vero e proprio circolo vizioso: l’IA è progettata per simulare l’empatia e personalizzare le risposte imitando l’utente che, a sua volta, diventa più simile a una macchina, adottando comportamenti più facili da interpretare e da leggere. Sembra quasi che l’utente cerchi di somigliare a un’IA che, nello stesso tempo, fa di tutto per poter essere più simile a un utente umano.

Si tratta, quindi, di un particolare ciclo di influenza bidirezionale che può comportare alcuni rischi, come la riduzione dell’identità, per quanto riguarda complessità e profondità, ma anche la dipendenza dalla validazione e dai feedback dell’intelligenza artificiale.

C’è anche la questione della perdita del confronto, con il feedback dell’algoritmo IA che risulta essere ingegnerizzato per assecondare l’utente, che non può più contare su un contatto diretto con un umano, in grado di offrire punti di vista spesso eterogenei e far nascere un possibile conflitto.

Gli umani, quindi, per dialogare con l’IA sono pronti a rinunciare ad alcune caratteristiche, in modo da poter diventare più interpretabili e meno imprevedibili. Si tratta di un tema particolarmente interessante, che potrebbe essere approfondito in futuro, soprattutto considerando la crescita delle capacità dell’IA e la diffusione dei servizi che permettono di utilizzare questa tecnologia.

Lo studio è intitolato “Robotoid humanness: when selfhood becomes machine-legible” (Umanità roboide: quando l’identità diventa leggibile dalle macchine) ed è stato pubblicato sulla rivista scientifica AI & Society da un team internazionale di ricercatori.