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SCIENZA

I nostri antenati cacciavano (soprattutto) mammuth femmina: perché lo facevano?

Perché nei depositi paleolitici si trovano così tante ossa di mammuth femmina? Una ricerca genetica ricostruisce le scelte compiute migliaia di anni fa

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Resti di mammuth iStock
  • L'analisi di 521 genomi di mammuth ha rivelato una prevalenza di femmine nei depositi frequentati dagli umani, suggerendo selezione ripetuta delle prede.
  • I risultati collegano l'organizzazione sociale dei mammuth e la taglia femminile più piccola a scelte di caccia o recupero, indicando sfruttamento continuativo.
  • La ricerca su larga scala trasforma il DNA antico in fonte archeologica e mostra che la caccia mirata alle femmine potrebbe aver accelerato il declino della specie.

In alcuni siti dell’Europa orientale e della Siberia le ossa di mammuth si accumulano a centinaia, ammassate in depositi che i gruppi paleolitici hanno frequentato per millenni. Certi giacimenti conservano i resti di decine di individui diversi, sovrapposti nello stesso punto.

Per decenni gli archeologi si sono divisi sull’origine di quei mucchi, sospesi tra l’ipotesi di una caccia sistematica e quella di morti naturali concentrate in aree favorevoli. La risposta riguarda nientemeno che le abitudini alimentari di chi frequentava quei luoghi, e arriva oggi da un’analisi genetica su scala mai tentata prima.

La scoperta sulla “dieta”

Lo studio pubblicato su Current Biology porta la firma di un gruppo internazionale coordinato dal Centre for Palaeogenetics di Stoccolma, una struttura condivisa tra l’Università di Stoccolma e il Museo svedese di storia naturale. Il materiale analizzato copre un’estensione geografica che va dalla Siberia al Nord America e comprende 521 genomi di mammuth lanoso, 448 dei quali sequenziati per la prima volta.

A rendere il quadro interessante sono due dati. Il primo è il raggruppamento in mucchi di cui si diceva all’inizio: un centinaio di esemplari del campione proviene da undici siti archeologici legati all’uomo datati tra 30.000 e 20.000 anni fa. Il secondo dato riguarda il sesso di quegli animali: finora lo si stimava dalle proporzioni dello scheletro, a partire dall’ampiezza del bacino, un criterio che su ossa frammentarie lascia margini di errore molto ampi.

Il gruppo di Stoccolma ha invece letto il DNA antico estratto da ogni reperto, identificando un 70% di femmine nei depositi legati all’uomo. Bene, ma questo cosa c’entra con le abitudini alimentari? È presto detto: se quei mucchi si fossero formati da soli, per annegamenti, sprofondamenti nel permafrost o piene di fiume, la composizione dovrebbe essere variegata.

Invece, l’alta percentuale racconta una selezione, cioè una scelta ripetuta su quali animali portare all’accampamento. Le ossa smettono così di essere un enigma tafonomico e diventano la traccia di… un menù.

Perché i mammuth femmina?

La spiegazione più immediata chiama in causa la taglia: le femmine adulte erano generalmente più piccole dei maschi e avrebbero potuto rappresentare bersagli meno difficili. Gli autori avvertono però che i branchi matriarcali potevano opporre una difesa collettiva, rendendo l’attacco altrettanto o persino più rischioso. Inoltre, invitano a considerare un quadro più articolato, che ha a che fare con l’organizzazione sociale della specie: i mammuth lanosi vivevano in branchi matriarcali, gruppi familiari guidati da una femmina anziana e composti da figlie, piccoli e giovani, con spostamenti regolari lungo rotte stagionali riconoscibili.

Resta aperta la distinzione tra caccia attiva e recupero di carcasse già disponibili, una possibilità che il gruppo di ricerca considera esplicitamente. La datazione al radiocarbonio aggiunge un elemento: gli individui di uno stesso deposito hanno età diverse tra loro, segno di uno sfruttamento ripetuto nel tempo invece di un singolo evento di mortalità di massa.

Antiche abitudini, nuove scoperte

Il quadro alimentare trova conferma su un altro fronte: all’inizio di luglio 2026, su Science Advances, un gruppo guidato da Ben Potter dell’Università dell’Alaska ha calcolato che nei primi popolamenti delle Americhe i grandi erbivori coprivano almeno il 98% della dieta, con il mammuth in cima alla lista delle prede. La diversificazione verso pesci, molluschi, uccelli e vegetali locali arriva soltanto dopo la scomparsa della megafauna.

Il valore della ricerca svedese sta nella scala: fino a poco tempo fa la paleogenetica lavorava su pochi campioni per volta e rispondeva soprattutto a domande di storia evolutiva, come la parentela tra popolazioni o l’adattamento al freddo. Con centinaia di genomi allineati diventa possibile ricostruire il comportamento di un animale scomparso e le scelte di chi lo cacciava, trasformando il DNA in una fonte archeologica a tutti gli effetti.

Infine, le implicazioni toccano anche il capitolo dell’estinzione: un prelievo orientato sulle femmine in età riproduttiva incide sulla demografia di una popolazione molto più di quanto faccia la perdita di maschi adulti, e apre una prospettiva nuova sul peso che la pressione venatoria ha avuto nel declino della specie, accanto ai cambiamenti climatici di fine Pleistocene.

FAQ

Perché nei depositi umani ci sono soprattutto ossa di mammuth femmina?
Lo studio dimostra che gli uomini cacciavano sistematicamente i mammuth?
Come ha permesso il DNA antico di ricostruire queste abitudini alimentari?

Sequenziando 521 genomi di mammuth si è potuto determinare il sesso degli individui e collegare la composizione dei depositi a scelte ripetute degli esseri umani.

Che ruolo ha avuto il mammuth nella dieta dei primi abitanti delle Americhe?

Stime indicano che i grandi erbivori coprivano almeno il 98% della dieta iniziale, con il mammuth in cima, prima della diversificazione verso altre risorse.

La caccia mirata alle femmine può aver contribuito all'estinzione?

Sì: la rimozione sistematica di femmine in età riproduttiva avrebbe impatti demografici maggiori, aumentando la pressione sulla specie oltre ai cambiamenti climatici.