"Super El Niño" in arrivo? Spieghiamo questo fenomeno per capire se preoccuparsi davvero
"Super El Niño" sembra il nome di uno di quei cattivi dei comics pronto a devastare il pianeta. Ma dobbiamo cedere all'allarmismo oppure no?

Un impercettibile cambio di rotta dei venti nel Pacifico può stabilire se l’inverno in arrivo sarà gelido o se la prossima estate batterà ogni record di caldo. Questo è, in soldoni, il potere dell’ENSO – acronimo di El Niño-Southern Oscillation -, il motore climatico globale che nel corso del 2026 sta vivendo una delle transizioni più rapide mai osservate.
Dopo una fase di La Niña debole all’inizio dell’anno, le acque oceaniche si stanno riscaldando a ritmi record, riaccendendo lo spettro di un imminente e catastrofico “Super El Niño”. Ma quanto c’è di vero in tutto questo e quanto è semplice allarmismo? Oltre i titoli sensazionalistici, è bene affidarsi ai dati scientifici ufficiali rilasciati dalla NOAA e dall’Organizzazione Meteorologica Mondiale (WMO).
Cos’è l’ENSO e perché parliamo di El Niño?
Piccola premessa. A causa della diversa densità dell’acqua e dei forti venti, l’Oceano Pacifico è permanentemente più alto dell’Atlantico di circa 20 centimetri ed è proprio su questo squilibrio invisibile che si innescano i giganti del clima, capaci di ridisegnare le stagioni di tutto il pianeta.
A questo punto, vien da chiedersi – giustamente – cosa si intenda per ENSO. Come anticipato, è l’acronimo di El Niño-Southern Oscillation e definisce un complesso ciclo climatico naturale che nasce dalla continua e reciproca influenza tra le temperature superficiali dell’Oceano Pacifico equatoriale e l’atmosfera sovrastante.
Questo “ingranaggio” si innesca a partire da una situazione di normalità, la cosiddetta fase neutrale. Qui domina la circolazione di Walker: i venti alisei soffiano costantemente da est verso ovest, accumulando acqua calda nel Pacifico occidentale (vicino all’Asia) e favorendo la risalita di acque fredde e ricche di nutrienti (upwelling) lungo le coste sudamericane.
El Niño (fase calda) è l’improvviso collasso di questo delicato equilibrio. Il fenomeno si sviluppa quando la pressione atmosferica subisce una variazione che indebolisce, o addirittura inverte, la direzione dei venti alisei, così l’acqua calda scivola verso est, riscaldando il Pacifico centrale e orientale di oltre mezzo grado rispetto alla norma. Questo blocca l’upwelling, privando la fauna marina di nutrienti e innescando lo sbiancamento dei coralli.
Dal Niño al Super El Niño
Ed eccoci al cosiddetto “Super El Niño”, nome che non promette niente di buono. Dati alla mano, questo fenomeno genera quando l’anomalia termica nella regione chiave denominata Niño 3.4 supera la soglia di 2 °C per almeno tre mesi consecutivi. Si tratta di un evento estremo registrato solo tre volte negli ultimi quarant’anni, per intenderci.
Ma le previsioni per il 2026 sono davvero così preoccupanti? I modelli mostrano un riscaldamento rapido e costante sia in superficie che in profondità, con ben l’82% di probabilità che El Niño si sviluppi formalmente tra maggio e luglio e una certezza quasi assoluta (del 96%) che persista durante questo l’inverno.
La NOAA (National Oceanic and Atmospheric Administration), però, stima attualmente solo il 37% di probabilità che questo evento raggiunga la categoria di intensità “molto forte”. Bisogna esser cauti: dal momento che in primavera i meteorologi si scontrano con la cosiddetta “barriera della prevedibilità primaverile”, un periodo di transizione in cui i modelli climatici sono fisiologicamente meno precisi, per disporre di proiezioni davvero affidabili dobbiamo attendere i dati consolidati del mese di giugno.
Le conseguenze per l’Europa e l’Italia
El Niño innesca eventi meteo estremi a catena in tutto il mondo. Da un lato, l’Australia, l’Indonesia e il Sud-est asiatico affrontano siccità gravissime, carenze idriche e un forte aumento degli incendi boschivi, e dall’altro, le coste occidentali del Sud America e il sud degli Stati Uniti vengono periodicamente travolti da piogge alluvionali e tempeste.
E in Italia? Innanzitutto non esiste alcuna correlazione scientifica diretta tra il riscaldamento del Pacifico equatoriale e le ondate di calore estive sul bacino del Mediterraneo. Ridurre tutto a “provocherà caldo record” non è corretto.
Il clima estivo europeo è governato da dinamiche locali, come il comportamento della corrente a getto polare, l’oscillazione nord-atlantica (NAO) e le temperature superficiali del Mar Mediterraneo. Senza contare che, durante i mesi estivi di quest’anno, El Niño sarà ancora nelle sue prime fasi di sviluppo, risultando troppo debole per esercitare un’influenza significativa a grande distanza.
Le proiezioni stagionali indicano un’estate calda, con anomalie tra +1 e +2 °C e temperature spesso superiori ai 35 °C in Pianura Padana e al Centro-Sud, diretta conseguenza del trend di riscaldamento globale antropogenico (non di El Niño). L’impatto reale e indiretto del fenomeno sull’Europa si manifesterà tra l’autunno e l’inverno, quando raggiungerà il suo picco di massima energia e l’interazione con la circolazione atlantica potrebbe causare una forte instabilità atmosferica, alternando lunghi periodi anticiclonici a repentine fasi di maltempo estremo sull’Italia.



















