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Super El Niño, l'allerta è al 75%, il più forte mai visto: sarà disastroso per la Terra?

Il Pacifico continua a scaldarsi e le probabilità di un El Niño molto intenso aumentano. Ecco cosa indicano i dati e cosa può accadere in Europa

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Super El Nino iStock
  • El Niño mostra segnali di forte intensificazione nel Pacifico, con probabilità al 75% di raggiungere livelli storici e temperature marine in aumento su più settori.
  • Gli effetti possibili includono piogge torrenziali, siccità e tempeste più violente, ma l’impatto globale non segue un copione unico e resta molto diverso da regione a regione.
  • In Europa il legame appare più debole e incerto, mentre il quadro definitivo arriverà con il bollettino dell’8 ottobre 2026 e con le misurazioni del 2027.

Ne stiamo parlando, ne continueremo a parlare: negli scorsi giorni diversi climatologi hanno dichiarato che il livello di allerta di El Niño è salito al 75%, cosa che, tradotta, significa che sta diventando il più intenso tra tutti gli episodi manifestatisi dal 1950 a oggi.

La notizia sta circolando con particolare velocità anche perché ad agosto la stessa stima si fermava al 69%: sei punti percentuali in un mese sono bastati a far scattare i titoli sul più grande evento climatico dell’ultimo millennio, con inviti a riempire le dispense e previsioni di un inverno travolto da alluvioni e tempeste.

Cosa dice il bollettino?

Ma è vero oppure no? Per capirci di più bisogna sapere che ogni secondo giovedì del mese il Climate Prediction Center della NOAA pubblica un bollettino sullo stato del Pacifico equatoriale. È un appuntamento fisso, letto soprattutto da chi lavora con le previsioni stagionali, e serve a fotografare quanto il fenomeno si stia rafforzando o indebolendo rispetto a quattro settimane prima.

Ecco, nel bollettino del 10 settembre viene comunicato che El Niño sta proprio crescendo su tutti i fronti. Oltre al 75% riferito alla soglia di evento storico, la probabilità di un episodio molto intenso tra ottobre e dicembre è salita dal 95% al 98%, e resta sopra il 90% guardando all’intero autunno e inverno.

A sostenere queste stime ci sono i numeri raccolti in mare durante agosto. Il Pacifico viene monitorato dividendolo in quattro settori, che vanno dal centro dell’oceano fino alle coste del Sud America, e in tre di questi le temperature superficiali si sono alzate rispetto a luglio.

L’area centrale, quella chiamata Niño 3.4 e considerata il termometro principale del fenomeno, ha toccato +1,8 °C sopra la media, il settore successivo è arrivato a +2,5 °C, mentre la fascia più vicina a Perù ed Ecuador ha raggiunto +3,4 °C, con punte oltre i 3 °C in alcuni tratti.

Allontanandosi dall’inverno il segnale si ammorbidisce: la probabilità di un evento molto intenso scende al 93% tra novembre e gennaio, al 75% tra dicembre e febbraio, al 39% tra gennaio e marzo, e crolla al 5% nel trimestre successivo. In primavera, insomma, il fenomeno dovrebbe già essere in fase di esaurimento.

Che cos’è un “episodio intenso” o evento estremo?

Al netto di tutto ciò, va fatta una precisazione: di cosa parliamo quando diciamo episodio intenso o evento estremo? È davvero in arrivo l’apocalisse? Sì e no: di base,  El Niño è un’enorme massa di acqua calda che si sposta da una parte all’altra del Pacifico.

Dove arriva l’acqua calda arrivano anche le nuvole e la pioggia, e dove l’acqua calda se ne va resta il sole e la terra si secca. Quindi quello che succede è uno scambio di posto: piove molto dove di solito piove poco, e non piove dove di solito piove, con alluvioni e allagamenti da una parte e siccità estrema dall’altra.

Il vero rischio sono le tempeste che possono diventare particolarmente intense, con grandinate estreme. Guardando al macro, i danni sono ampi e uno dei più gravosi è a carico del cibo: il World Food Programme calcola che entro il 2027 le persone in grave difficoltà alimentare possano arrivare a 274 milioni, circa 49 milioni in più di oggi.

Che significa 75% di allerta?

Visto tutto ciò, bisogna fare ancora una precisazione: la definizione di evento storico adottata dalla NOAA riguarda una cosa sola, cioè quanto è calda l’acqua in una porzione del Pacifico tropicale rispetto a tutti gli episodi precedenti.

L’agenzia americana lo mette per iscritto nel documento, aggiungendo una precisazione che vale più del titolo: un evento di questa portata rende più probabili gli effetti tipicamente associati al fenomeno, senza garantire che si presentino in ogni regione del pianeta.

Tradotto, il primato nel Pacifico e il disastro planetario sono due affermazioni separate, e la seconda non discende automaticamente dalla prima. C’è peraltro una ragione geografica dietro questa cautela: gli effetti di El Niño si riconoscono con chiarezza statistica lungo le aree affacciate sul Pacifico e in buona parte del continente americano, dove la connessione è diretta.

Gli effetti sull’Europa

Man mano che ci si allontana, però, il collegamento passa attraverso una catena di rimbalzi atmosferici che attraversa mezzo emisfero, e ogni passaggio della catena aggiunge un margine di incertezza. Sull’Europa, all’ultimo anello, di segnale ne resta poco.

Siamo al sicuro? Non proprio, ma non bisogna neanche subito pensare alla tragedia. Le indicazioni per il continente parlano di una probabilità superiore alla media di temperature sopra la norma, con il segnale più marcato sul Sud Europa e sul Mediterraneo.

Sulle precipitazioni, invece, i modelli concordano poco tra loro, e l’accordo scende a livelli bassi o moderati. La prova storica di questa fragilità è che due eventi di intensità paragonabile hanno lasciato alle spalle inverni europei molto differenti.

Le due date da segnare

E dunque? Dunque, in realtà, per saperne di più sulle nostre sorti, dovremo aspettare due date. La prima è l’8 ottobre 2026, quando la NOAA pubblicherà il prossimo bollettino mensile e si capirà se la traiettoria verso la soglia regge oppure rallenta.

La seconda è più lontana. Il calore che si accumula nell’oceano impiega mesi a passare all’atmosfera, quindi la temperatura media globale raggiunge il proprio massimo qualche tempo dopo il picco del fenomeno. L’anno in cui questo El Niño peserà sulle statistiche climatiche è il 2027, e a quel punto la domanda del titolo avrà una risposta fondata su misurazioni anziché su proiezioni.

FAQ

Perché si parla di allerta al 75%?

Perché il bollettino NOAA segnala una forte probabilità che El Niño superi livelli storici. A settembre la stima è salita dal 69% al 75%, con segnali di intensificazione nel Pacifico equatoriale.

Che cosa indica il bollettino della NOAA?

Esce ogni secondo giovedì del mese e misura come cambia il Pacifico equatoriale. Serve a capire se El Niño sta rafforzandosi o indebolendosi rispetto al mese precedente.

El Niño causerà davvero un disastro globale?

Non automaticamente. Un evento molto intenso aumenta la probabilità di piogge, siccità e tempeste estreme, ma gli effetti non si distribuiscono ovunque allo stesso modo.

L’Europa rischia gli stessi effetti del Pacifico?

L’impatto diretto è molto più debole. Sul continente pesano soprattutto temperature sopra la media, in particolare nel Sud Europa e nel Mediterraneo, mentre sulle piogge i modelli restano incerti.

Quando si capirà se l’evento sarà davvero eccezionale?

Il prossimo passaggio chiave sarà l’8 ottobre 2026, con il nuovo bollettino NOAA. Il picco climatico, però, si vedrebbe con più chiarezza nel 2027, quando il calore oceanico si trasferirà all’atmosfera.