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Stranger Things 5, autori accusati d'aver usato ChatGPT: perché l'IA è la nuova norma

I Duffer Brothers hanno usato ChatGPT per Stranger Things 5? Probabilmente ma non è come pensate: l'IA è ormai obbligatoria ed ecco il motivo

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Duffer Brothers IPA

Chi ha atteso con ansia l’episodio 9 di Stranger Things è rimasto amaramente deluso. Il finale andato in onda, è l’unico creato, al netto di teorie relative a una conclusione ben più amara e oscura, “confermata” da svariati indizi. In sintesi: Vecna controlla tutti e trionfa, ma soltanto chi sa leggere determinati indizi ha modo di vedere dietro al velo.

Detto ciò, l’assenza di un ulteriore episodio non ha spento discussioni e polemiche. Netflix ha infatti proposto un lavoro di backstage molto interessante: One Last Adventure: The Making of Stranger Things 5.

Non uno sguardo sugli attori, che in parte sono presenti, ma su chi ha scritto, girato e, in generale, realizzato l’opera. Come fatto per i tanti episodi, però, i fan hanno analizzato ogni dettaglio. È stato così scoperto che i Duffer Brothers hanno usato ChatGPT per scrivere l’ultima stagione/puntata (e non solo, verrebbe da pensare). Dure polemiche, un po’ insulse a dire il vero, e una spiegazione semplice per tutto questo. Trovate tutto di seguito.

Duffer Brothers e ChatGPT: l’accusa

È bastato un frame a scatenare l’ultima polemica a tema Stranger Things. In alcune brevi inquadrature, infatti, si notano delle schede del browser che alcuni fan ritengono abbiano l’etichetta di ChatGPT. Il condizionale è d’obbligo perché la qualità dell’immagine è pessima (non si tratta di primi piani del computer, per intenderci).

Molti utenti hanno così accusato Matt e Ross Duffer d’essersi affidati semplicemente all’IA per completare la propria serie. Come detto, tutto ciò è figlio della generale delusione per la stagione conclusiva.

La difesa dei Duffer Brothers

I creatori di Stranger Things non hanno avuto una singola risposta accettabile per i tanti buchi di trama dell’ultima stagione. Basti pensare al semplice “Vecna non si sarebbe mai aspettato un attacco nel proprio territorio, ecco perché non c’erano Demogorgoni e altre creature”.

Ecco, se rispondi così, diciamo che i meme dei Demodogs e dei pipistrelli vampiri in spiaggia a sorseggiare cocktail, mentre il Mind Flayer e Vecna vengono battuti in 10 minuti, un po’ te li meriti.

Non stupisce, dunque, che sotto questo aspetto abbiano deciso di restare in silenzio. Né loro né dirigenti Netflix hanno preso parola sul tema IA. Ne ha invece parlato Martina Radwan, regista di questo dietro le quinte. In sintesi: non esistono prove dell’uso di ChatGPT, durante le riprese non ha mai osservato l’uso dell’IA nella “writers room” e anche se quelle tab fossero relative a servizi IA, ciò non significherebbe automaticamente che scrittura e struttura della trama siano frutto dell’intelligenza artificiale.

Cinema e TV, perché l’IA è fondamentale per la scrittura

Per capire l’importanza di ChatGPT nel mondo della scrittura di contenuti televisivi e cinematografici, occorre partire da un punto molto semplice: l’IA viene usata negli uffici. È ormai parte del processo decisionale in tantissimi ambiti lavorativi, il che spinge i creativi a confrontarsi con produttori e non solo che hanno chiesto il parere della “macchina” sui testi ricevuti.

È dunque ben più comodo sapere in partenza cosa l’IA pensi del proprio lavoro. Detto ciò, ChatGPT ha ampiamente dimostrato di non avere capacità creative incredibili. Analisi, correzioni, correlazioni, confronti, anche spunti e, ovviamente, capacità di ricerca, ecco i suoi punti di forza in ambito creativo.

Condannare l’IA sarebbe come spegnere il web e pretendere che le uniche fonti adoperate siano cartacee. Il problema è il serpeggiante pensiero che uno show o un film possano essere creati quasi totalmente in questo modo artificiale. Ecco, basta davvero poco per mettere alla prova Chat e capire che, al massimo, può rappresentare uno stagista stakanovista (se non fosse così, avremmo già da tempo in libreria Winds of Winter, ndr).

Ciò vale per i prodotti che ambiscono a una certa qualità e complessità, sia chiaro. Per i prodotti basici, che rimescolano un po’ le carte di cose già viste e apprezzate, in realtà non serve l’IA. Come insegnano gli sceneggiatori di Boris, basta copiare e aggiungere un po’ della giusta “locura”.

In conclusione, però, è esilarante e deprimente allo stesso tempo che nessuno si preoccupi più del danno ambientale dell’intelligenza artificiale e, dunque, di come l’uso sistemico in tantissimi ambiti abbia una ricaduta concreta devastante.