Le statue di Rapa Nui nell'Isola di Pasqua sono a rischio a causa dell'innalzamento del mare
Le teste dell'Isola di Pasqua osservano l’entroterra da secoli, ma oggi il pericolo arriva dal mare che avanza, sfidando la loro resistenza

Scolpite nella pietra e piantate nel terreno da secoli, i grandi volti di Rapa Nui sembrano immobili e invincibili. Le statue dell’isola di Pasqua, alte fino a dieci metri, hanno resistito a tempeste, guerre tribali e all’erosione del tempo. Custodiscono ancora oggi segreti sul loro significato e sul modo in cui furono trasportate, continuando a guardare silenziose verso l’interno dell’isola.
Eppure, secondo una recente ricerca, il nemico più insidioso adesso viene dall’oceano. La loro casa si trova nel cuore del Pacifico, a migliaia di chilometri dalle coste del Cile, ed è circondata da acque che ogni anno si fanno più alte e aggressive: le onde che un tempo lambivano soltanto la roccia ora minacciano di arrivare fin dove i moai sono rimasti in piedi per secoli, aprendo scenari che fino a poco tempo fa sembravano impensabili.
La ricerca e i suoi obiettivi
A dare una dimensione concreta a questo rischio è stato un gruppo di scienziati dell’University of Hawaiʻi at Mānoa, guidato dal ricercatore Noah Paoa. Lo studio è stato pubblicato sul Journal of Cultural Heritage e si concentra in particolare sull’area di Ahu Tongariki, il complesso cerimoniale che ospita quindici delle statue più note dell’isola.
L’obiettivo principale degli studiosi era capire come l’innalzamento del mare, conseguenza diretta del riscaldamento globale e dello scioglimento dei ghiacciai, possa incidere sulla sopravvivenza di questo patrimonio unico al mondo.
Per rispondere a questa domanda, i ricercatori hanno creato un gemello digitale dell’intero sito, un modello ad alta risoluzione che riproduce fedelmente la costa e i monumenti. Servendosi di scenari di innalzamento del livello del mare elaborati dall’IPCC (Intergovernmental Panel on Climate Change) hanno simulato il comportamento delle onde stagionali nel corso dei decenni futuri.
I dati, purtroppo, sono da brivido: indicano che entro il 2080 l’acqua potrà raggiungere direttamente le piattaforme cerimoniali, aprendo la strada a possibili allagamenti e a un’erosione sempre più rapida.
Cosa succederà alle teste dell’Isola di Pasqua?
Se le proiezioni saranno confermate, le statue e decine di altri siti culturali dell’Isola di Pasqua finiranno esposti a un rischio diretto di inondazione. Ciò non implica soltanto danni superficiali: con l’acqua che penetra e corrode, la stabilità stessa dei monumenti potrebbe essere compromessa.
E non è tutto qui: l’impatto non si limita all’aspetto materiale, perché per la comunità locale i moai non sono semplici attrazioni turistiche ma rappresentano identità, memoria e continuità culturale. Il rischio di vederli minacciati dal mare equivale a mettere in discussione la possibilità stessa di tramandare tradizioni che si fondano sulla loro presenza.
A ciò si aggiunge la prospettiva economica: il turismo culturale è la principale risorsa dell’Isola e l’indebolimento del sito potrebbe avere conseguenze profonde sulla vita quotidiana degli abitanti.
Peraltro, gli scienziati parlano di almeno 51 beni culturali a rischio nell’area di Rapa Nui: alcuni di essi sono tra i più simbolici del Pacifico e appartengono a un patrimonio mondiale riconosciuto dall’UNESCO. Perdere anche solo una parte di questo tessuto significherebbe un danno irreparabile.
Si può fare qualcosa?
Gli scenari delineati dagli studi non sono una condanna definitiva, ma un avvertimento. I ricercatori sottolineano che la comunità scientifica e le istituzioni locali hanno davanti alcune possibilità di intervento, anche se nessuna soluzione è semplice.
Tra le opzioni considerate ci sono la costruzione di difese costiere, come barriere o rinforzi, e in casi estremi persino lo spostamento di alcune statue per metterle al riparo dalle onde.
Ogni scelta, però, comporta costi elevati e decisioni delicate, perché si tratta di bilanciare la protezione fisica con il rispetto del significato culturale e spirituale dei siti. La vera sfida resta globale: senza una riduzione delle emissioni che alimentano la crisi climatica, ogni misura locale rischia di essere solo temporanea.






















