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SCIENZA

C'è una particolare specie di rana che resiste al veleno mortale del calabrone

La rana maculata dell'Asia orientale riesce a mangiare i temibili calabroni giganti asiatici, senza risentire del loro veleno. Ma come ci riesce?

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Siamo abituati a pensare ai grandi predatori come a creature dotate di zanne o artigli. Di quelle che alla sola vista ci incutono timore, insomma. Eppure una recente scoperta dimostra quanto questa convinzione sia fallace: c’è una particolare specie di rana che ha dimostrato una capacità straordinaria. Si tratta della rana maculata dell’Asia orientale (Pelophylax nigromaculatus), un anfibio apparentemente innocuo ma che riesce a nutrirsi del temibile calabrone gigante asiatico, sopravvivendo al suo veleno.

La straordinaria resistenza di Pelophylax nigromaculatus

Il calabrone gigante asiatico (Vespa mandarinia) non è un insetto qualunque. Dotato di un pungiglione lungo circa mezzo centimetro e di un veleno potente, è noto per infliggere attacchi che provocano un dolore lancinante. Negli esseri umani, queste punture possono persino essere fatali, motivo per cui si è guadagnato il soprannome di “calabrone assassino”.

Eppure per la rana maculata dell’Asia orientale (Pelophylax nigromaculatus) non esiste minaccia dinanzi a questo “killer”. Il dottor Shinji Sugiura, biologo dell’Università di Kobe in Giappone, ha recentemente pubblicato uno studio in cui documenta il comportamento predatorio della rana, capace di nutrirsi del calabrone gigante asiatico senza risentire del suo veleno.

Durante i suoi test, il dottor Sugiura ha ripreso le rane mentre attaccavano i calabroni e ha osservato che, nonostante venissero punte ripetutamente, non subivano effetti: “Ciò che mi ha stupito è stato che, guardando i video registrati al rallentatore, le rane erano chiaramente state punte più volte, senza tuttavia mostrare lesioni o mortalità apparenti”.

I dati parlano chiaro. Dallo studio emerge che quasi l’80% delle rane coinvolte nell’esperimento è riuscito a divorare il calabrone gigante settentrionale con successo, percentuale che sale ulteriormente quando le rane vengono messe a confronto con altre due specie di calabroni giapponesi.

Come fa la rana a sopravvivere?

È lecito chiedersi come faccia questa piccola rana di stagno a sopravvivere a un veleno considerato mortale. La risposta risiede in un mix di evoluzione e fisiologia.

Le operaie femmine del calabrone possiedono un ovopositore modificato, che rilascia un cocktail di tossine capace di paralizzare le prede e sottomettere animali molto più grandi. Ma le rane maculate dell’Asia orientale possiedono un “antidoto”: “Le loro prede vengono consumate intere e ingerite immediatamente, e producono una notevole quantità di muco che può avvolgerle”, spiega Brian Gall, biologo dell’Hanover College.

Inoltre, il veleno dei calabroni potrebbe essersi evoluto per colpire specificamente i predatori più comuni, come uccelli e mammiferi, lasciando gli anfibi in una sorta di “zona d’ombra” immunitaria.

La resistenza di questa rana non rappresenta un caso isolato. Ad esempio, il rospo americano (Anaxyrus americanus) è in grado di digerire le cosiddette formiche di velluto, una particolare specie di vespa nota per le punture dolorosissime. C’è anche il caso della Rhinella icterica, un rospo sudamericano che si nutre dello scorpione giallo brasiliano, risultando immune al suo veleno.

La scoperta del dottor Sugiura non è solo una curiosità biologica, ma potrebbe avere implicazioni importanti per la medicina umana. Studiare come queste rane riescano a neutralizzare il dolore e l’infiammazione causati dalle tossine potrebbe aprire la strada a nuovi trattamenti: “Se le rane palustri possiedono meccanismi fisiologici che sopprimono il dolore o resistono al veleno dei calabroni, comprenderli potrebbe aiutare a sviluppare metodi per ridurre il dolore o l’infiammazione negli esseri umani”.