L'annosa questione della sovranità tecnologica europea, spiegata facile
Dal Nextcloud Summit 2026 di Monaco la rotta del continente: ridurre la dipendenza dai colossi Usa e i 260 miliardi versati all'estero

Cosa s’intende per sovranità tecncologica europea? Se ne parla da anni ma i toni sono spesso molto vaghi. In altri casi, invece, l’approccio è fin troppo ideologico. La risposta chiara è però giunta dal Nextcloud Summit 2026, andato in scena a Monaco di Baviera dinanzi a 600 partecipanti (tra i quali diversi rappresentati di governi).
La parola d’ordine è stata proprio sovranità. Non nel senso politico del termine, sia chiaro, ma come capacità positiva di decidere il proprio destino digitale. L’Europa di fatto non mira a isolarsi, ma vuole scegliere autonomamente quelli che saranno gli strumenti da cui dipendono cittadini, imprese e pubbliche amministrazioni. La strada per arrivarci è principalmente una: l’open source.
Che significa sovranità tecnologica
Il concetto è più semplice di quello che si possa pensare. Oggi gran parte dei servizi digitali che sfruttiamo, quotidianamente ormai, è nelle mani di poche grandi aziende. Queste sono quasi tutte statunitensi, il che significa che affidiamo a soggetti esteri i nostri dati. Paesi al di fuori dell’Ue, nel nostro caso specifico, stringono tre le mani i fili della nostra continuità di sfruttamento di tali servizi, molti dei quali essenziali.
Con sovranità tecnologica si fa riferimento alla riduzione di questa dipendenza, così da garantire la possibilità di controllare e modificare in casa le tecnologie ritenute strategiche, senza restare ostaggio di decisioni prese altrove.
Il costo della dipendenza
Le cifre aiutano sempre a rendere un tema molto più concreto. Secondo i dati presentati al summit, l’Unione Europea perde ogni anno circa 260 miliardi di euro. Come? Li paga ad aziende tecnologiche non europee.
Una cifra enorme, che racconta quanto valore economico esca dal continente per finire nelle casse dei colossi stranieri. Non si tratta quindi soltanto di privacy o indipendenza politica, ma anche di un problema economico e industriale di prima grandezza.
La via dell’open source
La soluzione proposta è puntare sul software a codice aperto (ecco cosa vuol dire, letteralmente, open source). Questo può essere ispezionato, modificato e ospitato sui propri server. È il caso della stessa Nextcloud, azienda nata nel 2016 che offre una piattaforma europea per cloud e collaborazione alternativa ai servizi americani.
I risultati ci sono già. Il Ministero dell’Istruzione francese sta migrando 400.000 utenti da Microsoft OneDrive a Nextcloud, con l’obiettivo di arrivare a 1,2 milioni. In Germania, il Magenta Cloud di Deutsche Telekom conta 4 milioni di utenti su una piattaforma basata proprio su questa tecnologia. Segnali concreti che l’alternativa europea è effettivamente praticabile.
Regole europee in arrivo
Qualcosa si muove sul piano normativo, con l’Ue che lavora al Cloud and AI Developmente Act. Parliamo di una proposta pensata per favorire l’adozione del software aperto. Alla base c’è un principio semplice, quello del “public money, public code”, ovvero il denaro pubblico deve finanziare software pubblici e riutilizzabili.
Clima totalmente sereno e strada spianata? Non proprio. In ambito politico i contrasti non mancano mai, ma la strada sembra ormai tracciata. Tra investimenti, regole e intelligenza artificiale, l’Europa prova finalmente a giocare in prima persona la partita della tecnologia, anziché limitarsi a comprarla dagli altri.

















