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Questa app ti permetteva di identificare una persona partendo da una foto... ed era un pericolo

Sherlock cercava sul web i volti caricati dagli utenti e suggeriva profili social. Tra errori possibili e ricerche senza consenso, il caso riapre il dibattito sulla privacy.

5 min di lettura

Una donna con smartphone e lente d'ingrandimento iStock
  • Sherlock prometteva di risalire all’identità di uno sconosciuto partendo da una foto, ma i risultati erano soltanto corrispondenze da verificare.
  • La pratica solleva timori seri sulla privacy, perché può coinvolgere dati biometrici e aggirare il consenso della persona ritratta.
  • Attorno all’app sono emersi anche servizi imitativi, spesso a pagamento e poco trasparenti, con il rischio di risultati errati o fuorvianti.

Fotografare uno sconosciuto e risalire alla sua identità online in pochi istanti: era questa la funzione attribuita a Sherlock, applicazione per iPhone diventata popolare grazie ad alcuni video pubblicati sui social. Il servizio, disponibile negli Stati Uniti fino a pochi giorni fa, non si trova più sull’App Store. La sua scomparsa, però, non chiude il caso. Il metodo mostrato nei filmati solleva infatti una questione concreta sul consenso della persona ritratta.

Come funzionava la ricerca facciale di Sherlock?

Sherlock permetteva di caricare una fotografia, sulla quale avviava una ricerca inversa basata sul volto. Il sistema confrontava l’immagine con le foto accessibili sul web e restituiva le corrispondenze ritenute più simili. Alcuni risultati rimandavano a profili presenti su LinkedIn o Facebook. In certi casi compariva anche un punteggio di somiglianza.

Una corrispondenza, tuttavia, non certificava l’identità del soggetto. L’app poteva associare lo scatto al profilo di una persona diversa. I risultati richiedevano quindi una verifica e non permettevano di trasformare automaticamente un volto in un nome certo.

Nei video virali questo limite passava spesso in secondo piano. Le clip mostravano persone fotografate per strada, mentre gli autori sostenevano di averne individuato i profili social. Alcuni contenuti potevano avere finalità pubblicitarie senza essere presentati chiaramente come promozioni. Anche la presenza del nome Sherlock in alcuni podcast contribuiva ad attribuire al servizio un’efficacia apparentemente già consolidata.

Perché identificare uno sconosciuto mette a rischio la privacy?

Il punto più delicato non riguarda soltanto l’affidabilità tecnica, ma anche il rispetto della privacy. Pubblicare una propria fotografia online è ben diverso dal vedersi scattare un’immagine con l’obiettivo di risalire alla propria identità. In Europa, un’analisi di questo tipo può comportare il trattamento di dati biometrici, sottoposti alle tutele particolarmente rigorose previste dal GDPR, il regolamento dell’Unione europea sulla protezione dei dati personali.

Il tema riguarda anche la volontà della persona fotografata. Chi non ha condiviso un contatto potrebbe aver scelto di non essere rintracciato. Un sistema capace di aggirare quella decisione potrebbe essere utilizzato per scopi invasivi o eticamente discutibili, fino a favorire episodi di stalking.

La popolarità di Sherlock ha inoltre reso meno chiaro quale fosse l’applicazione originale. Su Google Play Store sono comparsi servizi dai nomi simili. Tra questi figuravano “Sherlock: Ricerca Facciale AI”, con oltre 100.000 download, e “Sherlock Face Search”.

Molti di questi servizi includevano acquisti nell’app. Una ricerca poteva costare 4,99 euro, mentre gli abbonamenti annuali arrivavano a diverse decine di euro. Prima dell’acquisto venivano mostrati risultati parzialmente nascosti. Cercando alcuni volti femminili compariva spesso un collegamento a OnlyFans, anche quando la persona interessata non aveva mai aperto un account sulla piattaforma. Durante la configurazione, alcune app chiedevano una valutazione immediata, prima che l’utente potesse verificarne concretamente il funzionamento e l’affidabilità reale.

Il rischio, dunque, non coincideva con la promessa di riconoscere chiunque con certezza. Nasceva piuttosto dalla possibilità di cercare l’identità di una persona senza il suo consenso e di affidarsi a risultati potenzialmente errati. La diffusione delle imitazioni introduceva un altro problema. Fotografie personali potevano finire nelle mani di servizi poco trasparenti.

FAQ

Che cosa faceva l'app Sherlock?

Permetteva di caricare una foto e cercare online volti simili, cercando corrispondenze con profili o immagini pubbliche sul web.

Il risultato identificava davvero una persona?

No, mostrava solo possibili corrispondenze. Senza verifica, una foto poteva essere associata anche al profilo sbagliato.

Perché questa funzione preoccupa sul fronte privacy?

Perché può trattare dati biometrici senza consenso e aggirare la scelta di chi non vuole essere rintracciato online.

Sherlock era ancora disponibile sull'App Store?

Fino a pochi giorni fa era negli Stati Uniti, ma poi è scomparsa dall'App Store. Il tema, però, resta aperto per i rischi mostrati.

Esistevano app simili a Sherlock?

Sì, su Google Play sono comparsi servizi con nomi molto simili, spesso a pagamento e con risultati parziali o poco trasparenti.