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INTELLIGENZA ARTIFICIALE

Hanno fatto scrivere un romanzo a un’intelligenza artificiale e (purtroppo) non è neanche male

Un giornalista ha messo alla prova l'IA chiedendogli di scrivere un intero romanzo. Il risultato? Non è un capolavoro, ma non è neanche malvagio

5 min di lettura

Come funziona il software che legge nella mente e scrive i tuoi pensieri 123RF

Prima o dopo doveva succedere di sfidare l’intelligenza artificiale nel campo della scrittura creativa. Già oggi è adottata da una pletora di professionisti per la redazione di testi di ogni tipo, che si tratti di ambito aziendale, commerciale o scientifico.

Mancava solo di vederla all’opera nella stesura di un romanzo vero e proprio. Infatti c’ha pensato David Corn, autore e giornalista del magazine Mother Jones, che ha messo in piedi un esperimento andato, ahimè, fin troppo bene.

L’esperimento (riuscito) di un autore vero con l’IA

L’idea di questo test nasce da un timore più che fondato: il rischio che, oltre a tecnici, consulenti e tanti altri professionisti, pure gli scrittori finiranno per essere soppiantati dall’IA. Questo vale soprattutto per la stesura di testi che, pur non essendo capolavori, sono comunque sufficienti per essere pubblicati e letti di buon grado dalla media dei lettori contemporanei.

Consapevole di ciò, Corn ha voluto mettere alla prova l’intelligenza artificiale, in particolare Claude di Anthropic (non si sa quale modello abbia impiegato). Per farlo ha impostato un prompt piuttosto articolato e complesso, proprio come dovrebbe essere:

“Uno scrittore in difficoltà a cui sono stati rifiutati cinque romanzi si rivolge a un chatbot AI per scrivere un romanzo. Sottopone il romanzo a un editore, senza rivelare che è stato scritto da un chatbot dotato di intelligenza artificiale. Viene accettato e diventa un bestseller. Nessuno sa che è stato scritto da AI. Ma alla fine il fatto diventa di dominio pubblico e ne nasce una controversia. Lo scrittore scrive quindi un libro su quell’esperienza. E diventa un bestseller”.

In pratica una sinossi, decisamente interessante visto che tratta una tematica estremamente sensibile: quella dei libri generati con l’IA e fatti passare per opere d’ingegno umano.

Non sono mancati i tentativi a vuoto. Ad esempio, agli inizi Claude sosteneva di aver prodotto un’opera “di circa 48.000 parole in 41 capitoli divisi in tre parti“, quando in realtà aveva generato solo una novella di 6.000 parole.

Alla fine Corn ha avuto il romanzo che voleva, “Il fantasma nella macchina”. Un’opera che, pur essendo elaborata da un chatbot, non è affatto malvagia.

Punti forti e deboli del romanzo scritto dall’IA

Tra i punti a favore di questo romanzo IA c’è indubbiamente una trama tesa, non priva di plot twist, colpi di scena e momenti di genuina tensione. Per quanto l’intreccio generale risulti abbastanza prevedibile, il racconto invoglia comunque ad andare avanti nella lettura.

Ci sono anche diversi passaggi ben eseguiti, come la scena in cui Ethan, il protagonista, si confronta con il data journalist e vuota il sacco. Lo stesso Corn ha giudicato questa sequenza ricca di profondità e intensità emotiva; e meriterebbe di essere arricchita ed espansa, secondo lui.

Per il resto, però, il libro sa troppo di bozza. Le scene non appaiono completamente realizzate e i capitoli risultano troppo brevi, con un’azione eccessivamente compressa. Manca il giusto spazio per i dialoghi e, secondo Corn, si potrebbe fare decisamente di più per sviluppare i personaggi secondari.

Inoltre, a parte i soliti tic da IA, la scrittura fa un affidamento quasi ossessivo sulle similitudini: ce ne sono ovunque, e finiscono troppo spesso per distrarre dal flusso naturale della storia.

Però alla fine il bilancio è positivo. Come commenta lo stesso Corn, Claude ha creato un racconto decente, che porta il lettore a riflettere sulla creatività della scrittura, sul significato e sull’impatto dell’arte e sul nuovo ruolo dell’intelligenza artificiale in tutto questo. “Non è strabiliante, ma almeno fa riflettere“, sentenzia Corn.

Siamo dunque arrivati alla fine degli scrittori?

Nient’affatto. Lo stesso Corn ha notato un dettaglio fondamentale: nel romanzo Claude non fa trionfare del tutto la macchina.

L’intelligenza artificiale ha comunque bisogno di un essere umano per creare un buon libro.

Allo stato attuale la macchina può fornirti le frasi, la trama, i personaggi, ovvero la materia grezza del libro. Ciò che non può darti è la lotta, il fallimento, la difficoltà: tutto quel compendio emotivo che rende tale uno scrittore.

Pertanto, una macchina non può renderti uno scrittore: al massimo una persona che sa inanellare belle frasi.

Almeno per ora.

FAQ

Di cosa parla il romanzo generato dall’intelligenza artificiale?

La storia segue uno scrittore in crisi che si affida a un chatbot per scrivere un libro, lo pubblica come fosse suo e ottiene un bestseller, finché la verità non esplode e nasce la controversia.

Il libro scritto dall’IA è davvero riuscito bene?

È un’opera discreta: la trama regge, ci sono colpi di scena e una certa tensione, ma il risultato resta molto da bozza. I capitoli sono brevi, le scene poco sviluppate e alcuni passaggi risultano ripetitivi.

Quali limiti ha mostrato Claude nella scrittura del romanzo?

Ha esagerato con le similitudini, compresso troppo l’azione e lasciato poco spazio ai dialoghi e ai personaggi secondari. In più, all’inizio ha anche gonfiato le dimensioni del testo rispetto a quelle reali.

L’IA può sostituire davvero gli scrittori?

Per ora no: può produrre frasi, trama e personaggi, ma non l’esperienza umana fatta di lotta, fallimento e difficoltà.