Scoperto il buco nero più distante mai avvistato, è il massimo a cui si possa risalire
Gli scienziati hanno identificato il buco nero più distante mai visto, nato 500 milioni di anni dopo il Big Bang e visibile grazie al James Webb
A miliardi di anni luce da noi, c’è un minuscolo punto rosso che sembra perdersi tra le distese di galassie e stelle: è talmente lontano che la sua luce ha viaggiato per più di tredici miliardi di anni prima di raggiungerci, portando con sé l’immagine di un universo giovanissimo, appena nato. Chi lo guarda senza strumenti speciali non vedrebbe nulla di particolare: solo un granello di luce tra tanti. Ma a uno sguardo attento rivela un segreto da record.
Infatti, al centro di quella piccola galassia si nasconde un buco nero enorme, formatosi quando il cosmo aveva appena mosso i primi passi. Osservarlo significa spingersi al limite delle nostre possibilità, perché siamo davanti a qualcosa che risale a soli 500 milioni di anni dopo il Big Bang. È come sbirciare un capitolo quasi intatto della storia dell’universo, dove le regole della crescita e dell’evoluzione di questi giganti cosmici sembrano scritte in modo diverso da quello che credevamo.
La scoperta “mostruosa”
A rilevarlo è stato un gruppo internazionale di ricercatori guidato dall’University of Texas at Austin, impegnato nel programma CAPERS (Canadian NIRISS Unbiased Cluster Survey), che sfrutta la potenza del James Webb Space Telescope per scandagliare l’universo primordiale. Il loro obiettivo era identificare le cosiddette Little Red Dots, piccole galassie compatte e avvolte da polveri e gas, il cui colore rosso intenso tradisce la presenza di fenomeni energetici al loro interno.
Durante queste osservazioni, una di queste (catalogata come CAPERS-LRD-z9) ha mostrato segnali inequivocabili: linee spettrali tipiche di un nucleo galattico attivo, cioè un buco nero supermassiccio in fase di accrescimento. E non è tutto, perché lo studio pubblicato su The Astrophysical Journal Letters ha rivelato che questo buco nero risale a quando l’universo aveva solo il 3 % della sua età attuale.
La sua massa, che secondo le stime potrebbe arrivare fino a centinaia di milioni di volte quella del Sole, è sproporzionata rispetto alla galassia che lo ospita: un tratto che lo rende, agli occhi degli astronomi, davvero “mostruoso“. E la vera sorpresa è che la sua esistenza sfida le teorie su come questi oggetti possano crescere così velocemente nei primissimi tempi del cosmo.
Distanze siderali e misteri nascosti
Secondo lo studio, la galassia CAPERS-LRD-z9 si trova a un redshift di 9,288: tradotto, la vediamo com’era oltre 13,3 miliardi di anni fa. La luce che oggi arriva ai nostri strumenti è partita quando il cosmo era ancora nella sua “infanzia” e le prime strutture complesse cominciavano appena a formarsi. Per questo ogni dato raccolto è un frammento prezioso di un’epoca remota, quasi impossibile da osservare con le tecnologie di qualche anno fa.
I ricercatori hanno anche misurato il movimento del gas nelle regioni centrali della galassia, riuscendo a tratteggiare un “identikit” del buco nero: un corpo celeste compatto, massiccio, con flussi e sostanze che si muovono a migliaia di chilometri al secondo e capace di esercitare un’attrazione gravitazionale enorme. La sua massa stellare complessiva della galassia è inferiore a un miliardo di masse solari: un rapporto inusuale che sottolinea quanto il buco nero domini la sua ospite.
Questi dati spingono a rivedere i modelli di formazione. Due le ipotesi principali: o questo gigante è nato da un “seme” iniziale già molto grande (un cosiddetto heavy seed, frutto del collasso diretto di nubi di gas massicce) oppure ha accumulato materia a un ritmo eccezionale, superiore ai limiti normalmente considerati possibili. In entrambi i casi, CAPERS-LRD-z9 diventa una prova concreta che nei primi 500 milioni di anni dopo il Big Bang i buchi neri potevano crescere in modi ancora poco comprensibili.
Buchi neri e verità da svelare
Osservazioni di questo tipo non servono soltanto a stabilire primati, ma aprono finestre reali sulla fisica dell’universo giovane. I buchi neri, soprattutto quelli così antichi, sono laboratori naturali per capire come la materia, la gravità e l’energia interagissero in condizioni estreme. Ogni misurazione, ogni spettro raccolto, aggiunge un tassello a un quadro ancora incompleto, dove le teorie devono confrontarsi con dati sempre più accurati.
Studiare oggetti di questo tipo significa anche affinare la nostra capacità di “vedere” il passato cosmico. Ogni scoperta di un buco nero primordiale aiuta a costruire strumenti, modelli e metodi più sensibili, capaci un giorno di spingersi ancora oltre, forse fino a catturare i primi segnali di luce provenienti dalle primissime generazioni di galassie e stelle. CAPERS-LRD-z9 non è solo un mostro cosmico: è un indizio prezioso per svelare verità che ancora non conosciamo sull’origine e sull’evoluzione dell’universo.
















