Satellite spia esploso a 775 km: si teme l'effetto della sindrome di Kessler
Una nube di detriti si è formata a 775 chilometri di quota dopo la rottura di un satellite statunitense lanciato nel 1988: la sindrome di Kessler torna così al centro del dibattito

- Un vecchio satellite spia statunitense si è disintegrato a 775 chilometri di quota, creando detriti in una zona orbitale molto congestionata.
- La rottura riaccende il dibattito sulla sindrome di Kessler, lo scenario in cui frammenti successivi moltiplicano il rischio di collisioni e complicano la sorveglianza spaziale.
- L'età del veicolo, i residui di batteria e propellente e la densità crescente dell'orbita bassa alimentano l'attenzione su un ambiente sempre più affollato.
Un satellite spia statunitense lanciato negli ultimi anni della Guerra Fredda esploso a circa 775 chilometri di quota: al suo posto adesso c’è una nube di detriti, in una delle fasce più trafficate dell’orbita bassa terrestre.
La conferma è arrivata dalla Space Force, che non ha indicato la causa della rottura. L’episodio riporta l’attenzione sulla sindrome di Kessler, lo scenario in cui i detriti in orbita innescano una catena di collisioni sempre più difficile da fermare.
- Cos'è successo in orbita e cos'è il satellite FARRAH III?
- Che cos'è la sindrome di Kessler?
- Qual è il rischio reale?
Cos’è successo in orbita e cos’è il satellite FARRAH III?
Ma andiamo per ordine: la frammentazione risale al 13 settembre 2026, intorno alle 21:13 UTC (le 23:13 in Italia). Il comando U.S. Space Forces–Space l’ha comunicata tramite Space-Track, il catalogo pubblico degli oggetti in orbita, dove l’avviso è comparso quattro giorni più tardi.
Il testo è di poche righe: si parla del satellite USA 32, il cui nome in codice era FARRAH III, un velivolo partito partito il 5 settembre 1988 dalla base di Vandenberg, in California, a bordo di un razzo Titan II, per conto del National Reconnaissance Office, l’agenzia che gestisce la ricognizione spaziale americana.
Il suo compito era intercettare i segnali emessi dai radar sovietici, elaborarne una parte a bordo e trasmettere le informazioni a Terra, anche alle unità militari. La missione è rimasta segreta fino al 2026, anno in cui il programma è stato declassificato. Dopo la sua esplosione, i detriti tracciati sono stati risultati inoffensivi, anche se le analisi sono ancora in corso.
Non si sa, però, il motivo dell’esplosione: l’ipotesi più accreditata chiama in causa l’età del satellite, dato che i veicoli spaziali di vecchia generazione trasportano batterie e propellente residuo, e 38 anni di passaggi continui tra luce solare e ombra, con escursioni termiche ripetute a ogni orbita, possono bastare a far cedere un serbatoio pressurizzato o una cella della batteria.
Restano però aperte anche altre strade: l’impatto con un micrometeoroide, la collisione con un frammento già presente a quella quota oppure un’arma antisatellite. Nessuna è stata esclusa e per nessuna esistono prove. Qualche indicazione potrebbe arrivare dalle traiettorie dei frammenti, che gli analisti stanno ricostruendo a ritroso per risalire alla direzione e all’energia della rottura.
Che cos’è la sindrome di Kessler?
Abbiamo detto che i detriti erano stati considerati inoffensivi, eppure c’è chi invece sostiene che possano causare la cosiddetta sindrome di Kessler. Ma di cosa si tratta? La teoria prende il nome da Donald J. Kessler, scienziato della NASA che nel 1978 descrisse un possibile effetto a catena nell’orbita terrestre.
Oltre una certa densità di oggetti, ogni collisione genera frammenti che aumentano la probabilità di nuovi impatti, che a loro volta producono altri detriti. Il processo si autoalimenta e, nello scenario più grave, rende alcune orbite inutilizzabili e i lanci sempre più rischiosi.
Si tratta di una dinamica che si sviluppa nell’arco di decenni e che coinvolgerebbe servizi quotidiani come la navigazione satellitare, le previsioni meteo, le telecomunicazioni e il monitoraggio della Terra dallo spazio.
Qual è il rischio reale?
Di fatto, la densità in orbita bassa è cresciuta molto negli ultimi anni: gli oggetti presenti sono passati da circa 13.700 nel 2019 a quasi 24.200 nel 2025, soprattutto per l’arrivo delle grandi costellazioni per l’accesso a internet.
La fascia in cui orbitava USA 32 è tra le più cariche: entro 50 chilometri dalla sua quota operano oltre 400 satelliti attivi, compreso il satellite meteorologico NOAA-20, e la stessa zona conserva i detriti della collisione del 2009 tra il satellite per comunicazioni Iridium 33 e il russo Cosmos 2251, ormai dismesso.
A 775 chilometri l’atmosfera è molto rarefatta e rallenta appena gli oggetti, quindi parte dei frammenti potrebbe restare in orbita per molti anni. Secondo l’Agenzia Spaziale Europea, sopra gli 800 chilometri la permanenza arriva in genere a diversi decenni. I pezzi più grandi vengono individuati e seguiti dai sistemi di sorveglianza; quelli più piccoli possono sfuggire al tracciamento pur conservando energia sufficiente a danneggiare un veicolo in caso di impatto.
Una singola frammentazione resta lontana dall’avvio di una reazione a catena. Il rischio per ogni altro veicolo va valutato frammento per frammento, ricostruendone orbita e dimensioni. Ogni nuovo detrito però moltiplica i passaggi ravvicinati da controllare e rende più complessa la sorveglianza, contribuendo a un carico che negli anni si accumula.
Per USA 32 restano due punti da chiarire, il numero definitivo dei frammenti e la dinamica della rottura. La sua vicenda mostra intanto che un satellite spento continua a far parte dell’ambiente orbitale: se resta in quota diventa a sua volta un rifiuto spaziale, esposto a collisioni o a una frammentazione causata dall’energia rimasta a bordo.
FAQ
Si tratta di USA 32, nome in codice FARRAH III, un satellite spia statunitense lanciato nel 1988 per il National Reconnaissance Office.
Il satellite spia USA 32, noto come FARRAH III, si è frammentato a circa 775 chilometri di quota il 13 settembre 2026, generando una nube di detriti nell'orbita bassa terrestre.
Perché è avvenuto in una delle fasce orbitali più trafficate e riporta l'attenzione sul rischio di collisioni tra frammenti e satelliti ancora operativi.
La causa non è stata ancora chiarita. Tra le ipotesi ci sono l'usura del veicolo, un micrometeoroide, un frammento già presente in orbita oppure un'azione antisatellite.
È lo scenario descritto da Donald Kessler in cui ogni collisione in orbita produce nuovi detriti, aumentando la probabilità di altri impatti in una catena difficile da fermare.
I frammenti tracciati sono stati considerati inoffensivi, ma alcuni pezzi potrebbero restare in orbita per anni e richiedere controlli costanti per evitare nuovi impatti.



















