Come recuperare le reti da pesca dismesse: il progetto degli atenei italiani
Tessuti elettrofilati sostenibili e innovativi pronti per l’industria automotive (e non solo): il progetto che ha come obiettivo il recupero delle reti da pesca dismesse

Le reti da pesca abbandonate rappresentano uno dei problemi più concreti per l’inquinamento marino in Italia e nel mondo. Un’iniziativa tutta italiana cerca di trasformare questo rifiuto in una risorsa concreta, grazie alla collaborazione tra università e industria. Il progetto AMATEVI mostra come ricerca, innovazione e sostenibilità possano incontrarsi per creare materiali utili all’automotive e alla mobilità sostenibile.
L’emergenza dei rifiuti marini
Ogni anno tonnellate di reti da pesca finiscono in mare o si accumulano nei porti, contribuendo all’inquinamento plastico e mettendo a rischio gli ecosistemi marini. La poliammide, il materiale principale di molte reti, è resistente e difficile da smaltire, rendendo la gestione di questi rifiuti un vero rompicapo.
In questo contesto, il progetto AMATEVI si pone come esempio di economia circolare: l’obiettivo è recuperare le reti dismesse per trasformarle in tessuti avanzati, capaci di trovare nuova vita nel settore industriale.
Come funziona il recupero delle reti da pesca dismesse
Il processo parte dalla raccolta e dalla pulizia delle reti, che vengono poi triturate per ottenere una base polimerica. Questo materiale è inviato ai laboratori universitari per essere solubilizzato e arricchito con composti antimicrobici, come acido citrico e acido ferulico. La fase successiva prevede l’elettrofilatura, tecnica che genera un tessuto non tessuto leggero e uniforme, con una struttura a microfibre intrecciate.
Secondo la professoressa Simona Sabbatini dell’Università Politecnica delle Marche, «l’elettrofilatura consente di ottenere tessuti con spessori diversi, fino a 200 micron, ideali per testarne le proprietà meccaniche e la possibilità di impiego industriale». Il risultato è un materiale innovativo che non solo ricicla un rifiuto marino, ma introduce anche caratteristiche antibatteriche, utili per applicazioni nell’automotive.
Università e industria a confronto
AMATEVI nasce dalla collaborazione tra Università Politecnica delle Marche (capofila), Università di Pisa, Università di Bologna e CNR Bari, con il supporto del Centro di Ricerche Fiat e di Versalis. Ogni partner porta competenze specifiche: Pisa lavora sulla poliammide, Bologna sulla funzionalizzazione dei tessuti con molecole antimicrobiche, Bari sulla caratterizzazione dei materiali, mentre UNIVPM applica l’elettrofilatura su scala prototipale.
Il coinvolgimento industriale permette di testare direttamente i tessuti sui materiali utilizzati per gli interni delle automobili, garantendo che l’innovazione non resti confinata al laboratorio ma sia pronta per una produzione su scala maggiore.
Tessuti elettrofilati sostenibili: applicazioni e potenzialità
I tessuti ottenuti dal riciclo delle reti non sono solo ecologici: la loro leggerezza, uniformità e resistenza li rende adatti a molte applicazioni industriali. Il settore automotive rappresenta la prima area di sperimentazione, con l’obiettivo di sostituire materiali tradizionali nei rivestimenti interni delle vetture. La presenza di agenti antimicrobici aggiunge un valore in più, aumentando l’igiene e la sicurezza dei materiali.
Ma le potenzialità del progetto vanno oltre: la stessa metodologia potrebbe essere adattata ad altri settori, dall’arredamento urbano ai filtri per applicazioni industriali, offrendo un modello replicabile di economia circolare.
Il futuro del riciclo e dell’innovazione tecnologica
Il progetto AMATEVI dimostra come la tecnologia possa trasformare un problema ambientale in un’opportunità industriale. Recuperare reti da pesca dismesse significa ridurre l’inquinamento marino e anche creare materiali sostenibili e innovativi, combinando ricerca scientifica e industria italiana.
Come sottolinea il professor Pierluigi Stipa, coordinatore scientifico del progetto, «abbiamo mostrato che un rifiuto a forte impatto ambientale può diventare una risorsa concreta». L’iniziativa italiana è all’avanguardia nell’uso dei materiali riciclati e offre un esempio replicabile anche a livello internazionale.


















