Quanti giorni senza social servono per stare meglio: un nuovo studio fa chiarezza
Social e benessere, un tema caldo in questo momento storico, dove intere generazioni nascono con lo smartphone in mano: cosa dice un nuovo studio.
Servono sette giorni per stare meglio senza social. A dirlo è un nuovo studio, pubblicato sulla rivista JAMA Network Open, concentrandosi su una questione più viva che mai. Ormai viviamo quasi in simbiosi con i dispositivi e i social network sembrano talvolta creare quasi una “dipendenza”, specialmente sui più giovani, sfociando in quella che a tutti gli effetti potremmo definire “tossicità digitale”. Ma vediamo nel dettaglio.
Il nuovo studio sui social network
Un team di ricerca, supervisionato dal dottor John Torous del Dipartimento di Psichiatria del Beth Israel Deaconess Medical Center, affiliato alla Harvard Medical School, ha condotto lo studio in questione. Uno studio che si distingue per il rigore e la volontà nel superare i limiti dei tradizionali “sondaggi d’opinione”.
In particolare, il team ha reclutato 295 volontari di età compresa tra 18 e 24 anni (la fascia demografica dei cosiddetti “nativi digitali”), sottoponendoli a un intervento di sospensione controllata dell’uso delle piattaforme social per una settimana. Per Facebook e X non ci sono state particolari rimostranze, a differenza di Instagram, TikTok e Snapchat, cosa che si è rivelata più difficile.
L’aspetto più innovativo risiede nell’utilizzo del “fenotipo digitale” (digital phenotyping), tecnica che raccoglie informazioni comportamentali in tempo reale direttamente dai sensori dei dispositivi mobili. Questo approccio ha permesso ai ricercatori di misurare oggettivamente la riduzione dell’uso, passata da una media di due ore a circa trenta minuti giornalieri, evitando le distorsioni tipiche della memoria soggettiva.
I dati emersi dopo la settimana di wash-out digitale sono statisticamente rilevanti: i partecipanti hanno registrato una diminuzione dei sintomi di depressione del 24,8%, dell’ansia del 16,1% e dell’insonnia del 14,5%.
Ma Torous invita a una lettura prudente delle statistiche: “Le medie sono incoraggianti, ma sicuramente non raccontano tutta la storia, la varianza è stata semplicemente enorme”. I benefici evidenziati dallo studio, infatti, non sono stati uniformi e il miglioramento è risultato “più pronunciato nei soggetti con depressione più grave”. Ciò suggerisce un effetto dose-risposta, dove la rimozione dello stimolo (in questo caso il social media) agisce più efficacemente su chi presenta una vulnerabilità preesistente e più marcata.
Un dato controintuitivo emerso dallo stesso studio riguarda la solitudine. I ricercatori non hanno registrato alcun cambiamento significativo nei livelli segnalati e ipotizzano che ciò avvenga “perché le piattaforme svolgono un ruolo sociale costruttivo” e la loro assenza potrebbe bilanciare la riduzione dell’ansia sociale con una minore interazione tra pari.
Sorprende anche il dato sul comportamento digitale complessivo. I benefici per la salute mentale non sembrano derivare da una riduzione del tempo totale trascorso davanti allo schermo (i partecipanti hanno “trascorso leggermente più tempo sui loro telefoni durante la settimana di disintossicazione”), ma dall’evitare specifici comportamenti problematici, come il confronto sociale negativo e lo scrolling compulsivo.
Il dibattito non si spegne
I risultati di questo nuovo studio sono promettenti, ma il dibattito resta acceso. La comunità scientifica è divisa sulla validità metodologica dello stesso e la mancanza di un gruppo di controllo randomizzato ha sollevato delle critiche.
Tra i maggiori detrattori possiamo menzionare Christopher Ferguson, professore di psicologia presso la Stetson University, che ha contestato i risultati affermando che, senza un confronto diretto, “questi numeri sono letteralmente privi di significato“. I partecipanti “avrebbero saputo come ci si aspettava che si comportassero e probabilmente avrebbero semplicemente modificato le loro risposte di conseguenza”, introducendo un bias di aspettativa (effetto placebo).
Non mancano i sostenitori, ovviamente, come Jean Twenge, autrice nota per le sue ricerche sull’impatto della tecnologia sulla salute mentale. Twenge ha definito questo studio “l’ultimo a dimostrare che ridurre l’uso dei social media può avere benefici per la salute mentale”. Le fa eco Mitch Prinstein, direttore scientifico dell’American Psychological Association, che ha sottolineato il valore pragmatico dell’intervento, definendolo “una soluzione semplice e gratuita che sembra portare a un rapido miglioramento”, a differenza dei tempi lunghi richiesti dalla psicoterapia classica.





















