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Le password degli italiani sono davvero sicure? Ecco quelle più diffuse

NordPass ha condiviso un report sulle password più usate in Italia. Emerge un quadro critico tra sequenze elementari e poca consapevolezza dei pericoli del web

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password Vitalii Vodolazskyi / Shutterstock

In Sintesi

  • Gli italiani continuano a utilizzare password estremamente deboli e facilmente prevedibili, come sequenze numeriche elementari, termini generici o riferimenti culturali come bestemmie e nomi di squadre di calcio.
  • Queste scelte, dettate da pigrizia e scarsa consapevolezza dei pericoli digitali, espongono gli account a rischi elevatissimi, facilitando gli attacchi informatici.

Il nuovo report condiviso da NordPass traccia un ritratto molto interessante delle abitudini digitali degli italiani in materia di password. Tra le chiavi di accesso più utilizzate emergono, infatti, bestemmie, sequenze numeriche elementari (come il classico 123456) e riferimenti calcistici come “juventus” o “napoli”.

L’analisi, basata su oltre 2,5 terabyte di dati provenienti da violazioni, archivi pubblici e repository del dark web, conferma che una larga fetta degli utenti continua a preferire combinazioni facilmente intuibili o già ricorrenti in precedenti fughe di dati, mettendo seriamente a rischio la propria sicurezza e quella dei propri contatti.

Quali sono le password più diffuse in Italia

Dalle elaborazioni di NordPass emerge un quadro davvero poco incoraggiante e gli utenti, nonostante le raccomandazioni degli esperti, continuano a preferire password non sicure. Sequenze come “123456” e “12345” restano tra le più gettonate, affiancate da credenziali generiche come “admin” e “password”.

Una particolarità tipica del nostro Paese è la scelta di bestemmie, che compaiono piuttosto frequentemente nella classifica, insieme ai nomi delle principali squadre di calcio.

All’origine di queste scelte c’è una combinazione di scarsa consapevolezza dei pericoli digitali, pigrizia e abitudini culturali radicate. Molti utenti, infatti, ancora sottovalutano i rischi informatici e preferiscono ricorrere a password facili da ricordare, spesso riutilizzate su più piattaforme. Questa scelta, infatti, pur essendo percepita come familiare e intuitiva, espone gli account a un rischio elevato.

Il problema si amplifica ulteriormente quando la stessa combinazione viene impiegata per email, social network, e-commerce o servizi finanziari, con singolo data breach che può avere conseguenze disastrose sull’identità digitale degli utenti e sul suo conto in banca.

L’utilizzo di password deboli, infatti, semplifica notevolmente la vita dei criminali informatici che, ormai, impiegano software in grado di testare in pochi secondi milioni di combinazioni comuni o già compromesse. Se un account viene violato, gli aggressori possono accedere a informazioni sensibili, effettuare acquisti, impersonare l’utente e tentare intrusioni su altri servizi connessi.

Come proteggere le proprie password

Gli esperti di sicurezza informatica, dunque, raccomandano un approccio più rigoroso alla creazione delle credenziali, optando per: password lunghe, complesse e composte da una combinazione di lettere, numeri e simboli.

In alternativa, è utile anche scegliere frasi-password, composte cioè da parole non collegate tra loro, offrono un buon equilibrio tra sicurezza e memorizzazione. Cruciale, naturalmente, evitare il riutilizzo delle credenziali su più piattaforme.

Inoltre, scegliendo (dove possibile) l’autenticazione a più fattori si aggiunge un ulteriore livello di protezione ai propri account. Infine, è utile anche usare un password manager, dei particolari programmi che consentono di generare e conservare in modo sicuro combinazioni robuste senza la necessità di ricordarle manualmente.

A oggi, dunque, la scelta di password facilmente intuibili indica che la consapevolezza dei rischi digitali è ancora insufficiente e che è necessario un cambio di mentalità che coinvolga utenti, aziende e istituzioni, spingendoli ad adottare sistemi di protezione più evoluti comprendendo il vero valore dei dati personali.