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Allarme pesticidi: la frutta con la percentuale più alta

Residui multipli, controlli ufficiali e pratiche agricole: cosa emerge dal dossier Stop pesticidi nel piatto 2025 sul rapporto tra frutta e pesticidi?

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Frutta esposta 123rf

Negli ultimi anni, l’attenzione su ciò che finisce nei nostri piatti si è spostata sempre più dal singolo episodio critico alla lettura sistematica dei dati. Analisi e controlli non servono soltanto a individuare irregolarità, ma a capire quali sostanze restano dopo i trattamenti agricoli e con quale frequenza compaiono, anche quando non sono immediatamente visibili o percepibili.

Legambiente ha sviluppato una delle osservazioni più continue sulla qualità degli alimenti in Italia, partendo dai risultati dei controlli ufficiali e traducendoli in un quadro accessibile anche fuori dall’ambito tecnico. Una parte significativa di questa analisi riguarda i pesticidi nella frutta, considerati non come episodio isolato ma come presenza ricorrente che emerge dall’esame di migliaia di campioni e che pone interrogativi concreti sulle modalità di produzione oggi più diffuse.

Il Dossier Stop pesticidi nel piatto

Nello specifico, Legambiente ha svolto un lavoro certosino in collaborazione con AssoBio e Consorzio Il Biologico. Si tratta del dossier Stop pesticidi nel piatto, basato sull’elaborazione dei dati provenienti dai controlli ufficiali effettuati dalle autorità sanitarie e ambientali regionali.

In sostanza, dunque, il materiale analizzato non deriva da campagne private o test isolati, ma da un patrimonio informativo pubblico già esistente, riorganizzato per individuare tendenze, ricorrenze e criticità lungo l’intera filiera alimentare. Il metodo adottato, come accennavamo, ha permesso di osservare il fenomeno nel tempo, superando la lettura episodica del singolo campione non conforme.

L’elemento centrale che emerge dal dossier non è tanto il numero di superamenti dei limiti di legge, quanto la frequenza con cui residui diversi vengono rilevati nello stesso alimento. Questo approccio ha spostato l’attenzione dal concetto di irregolarità a quello di esposizione combinata, tema già oggetto di valutazioni scientifiche a livello europeo.

La frutta con più pesticidi

I dati raccolti nel dossier mostrano che la frutta è il comparto in cui la presenza di pesticidi multipli risulta più frequente rispetto ad altre categorie alimentari. Questo non dipende da una singola pratica, ma da una combinazione di fattori agronomici: cicli colturali lunghi, maggiore esposizione a funghi e insetti, necessità di proteggere il prodotto fino alla raccolta e, in molti casi, coltivazioni intensive che favoriscono interventi ripetuti nel tempo.

Il risultato è una maggiore probabilità di trovare più sostanze nello stesso campione, anche quando ciascuna rientra nei limiti consentiti. Entrando nel dettaglio, gli agrumi rappresentano una delle categorie con la quota più alta di pesticidi multiresiduo, seguiti da pesche e pere. Nel caso degli agrumi, la buccia spessa e la lunga conservabilità richiedono trattamenti che possono lasciare tracce persistenti, mentre per frutta come pesche e pere incidono soprattutto la sensibilità alle malattie fungine e la necessità di protezione in fasi diverse della maturazione.

Un caso emblematico è quello dell’uva, per la quale le analisi mostrano una presenza significativa di residui, spesso multipli. La vite è una coltura particolarmente esposta a patogeni e richiede strategie di difesa articolate lungo tutta la stagione produttiva, aspetto ben documentato anche nella letteratura scientifica. Studi sul rischio cumulativo sottolineano come, in questi contesti, la valutazione non possa limitarsi alla singola molecola, ma debba considerare l’effetto combinato di sostanze con meccanismi d’azione simili, tema su cui la ricerca europea è ancora in evoluzione.

Come ridurre l’uso dei pesticidi?

Nel dossier, Legambiente non si limita a fotografare i dati, ma collega in modo esplicito la presenza di residui alle scelte produttive adottate lungo la filiera agricola. La riduzione dell’uso dei pesticidi viene indicata come un obiettivo strutturale, che passa da pratiche di prevenzione, rotazioni colturali, monitoraggi più accurati e da un ricorso meno automatico alla chimica di sintesi. L’attenzione si sposta quindi dal singolo trattamento alla gestione complessiva del sistema agricolo.

Il dossier richiama inoltre strumenti già presenti nelle politiche europee, come la difesa integrata e le strategie di riduzione del rischio, sottolineando che l’obiettivo non è trasferire la responsabilità sul consumatore finale, ma intervenire a monte, nei modelli produttivi. In questo senso, la diminuzione dell’esposizione ai residui viene letta come il risultato di scelte collettive, supportate da ricerca, innovazione agronomica e politiche pubbliche coerenti.