Anche i pesci più remoti del Pacifico sono pieni di microplastiche
È significativo che anche i pesci più remoti del Pacifico siano inquinati dalle microplastiche: quel che emerge da un recente studio è tutt'altro che rassicurante.
Nell’immaginario collettivo, le isole del Pacifico sono uno degli ultimi paradisi incontaminati della Terra. Tra atolli sperduti, acque cristalline e una natura selvaggia lontana anni luce dal caos industriale a cui siamo abituati noi “animali urbani”, la fantasia viaggia. Tuttavia, la realtà (e la scienza) hanno da ridire su questa “immagine da cartolina”. Un recente studio spiega che l’inquinamento da microplastiche ha ormai colonizzato anche gli angoli più remoti dell’Oceano Pacifico, infiltrandosi nella dieta dei pesci che popolano le barriere coralline.
Lo studio sulle popolazioni ittiche del Pacifico
Lo studio dal titolo Considering ecological traits of fishes to understand microplastic ingestion across Pacific coastal fisheries è stato pubblicato sulla rivista PLOS One, lo scorso 28 gennaio. I ricercatori dell’Università del Pacifico Meridionale hanno condotto un’indagine capillare, analizzando 878 pesci costieri appartenenti a 138 specie diverse, prelevando tali campioni dalle comunità di pescatori di quattro nazioni insulari: Fiji, Tonga, Tuvalu e Vanuatu.
Il risultato? Circa un terzo dei pesci analizzati conteneva almeno una particella di microplastica. Ma il dato più allarmante riguarda la disparità geografica: se a Vanuatu la contaminazione si ferma a un rassicurante (per così dire) 5% dei campioni, nelle Fiji la situazione è critica. Qui è quasi il 75% dei pesci campionati a risultare contaminato, valore ben superiore alla media globale (intorno al 49%).
La situazione critica nelle Fiji
Com’è possibile che un luogo apparentemente “isolato” presenti livelli di inquinamento da microplastiche così elevati? Secondo gli esperti, si deve a un mix di densità di popolazione, rapida urbanizzazione e carenti sistemi di gestione dei rifiuti. “Le disparità nazionali evidenziano l’incapacità degli attuali sistemi di gestione dei rifiuti di proteggere anche gli ecosistemi delle isole remote”, ha dichiarato Jasha Dehm del Centre for Sustainable Futures (The University of the South Pacific, Suva, Fiji), autore dello studio.
Lo sviluppo costiero accelerato e la mancanza di infrastrutture adeguate per il trattamento delle acque reflue e dei rifiuti solidi nelle isole Fiji hanno trasformato l’oceano in un ricettore passivo di frammenti sintetici. In questo scenario tutt’altro che rassicurante, non tutti i pesci sono esposti allo stesso modo e la situazione si differenzia in base alle singole caratteristiche ecologiche.
I pesci di barriera e di fondale sono i più colpiti, rispetto a quelli che vivono in mare aperto o nelle lagune costiere. E ancora, le specie che si nutrono di invertebrati o che cacciano in agguato sul fondo marino mostrano livelli di contaminazione molto più alti. Infine, alcune specie fungono da veri e propri “accumulatori” di plastiche nelle aree più antropizzate.
I rischi per l’uomo
I dati emersi dallo studio disegnano i contorni di una situazione infelice per molte specie ittiche pacifiche ma, allo stesso tempo, parlano di rischi effettivi per l’uomo. Se per noi mangiare pesce talvolta è solo una scelta alimentare tra le tante, per le comunità locali è una risorsa vitale: in queste regioni il pesce rappresenta la fonte primaria di proteine, ma anche di reddito.
Amanda Ford del Centre for Sustainable Futures (The University of the South Pacific, Suva, Fiji), co-autrice dello studio, afferma: “Sebbene i livelli di microplastica nei pesci del Pacifico siano generalmente inferiori rispetto a quelli di molte regioni industrializzate, le comunità del Pacifico dipendono molto di più dal pesce come fonte proteica primaria. Se a ciò si aggiungono le notevoli lacune nei dati in tutta la regione, ciò rende essenziali le prove raccolte a livello locale, man mano che i negoziati sul Trattato Globale sull’Inquinamento da Plastica (Global Plastic Pollution Treaty) procedono e si traducono in politiche nazionali”.
Un dettaglio emerso dall’analisi è la predominanza di fibre sintetiche nei tessuti dei pesci, dato che suggerisce come l’inquinamento non derivi solo da grandi oggetti di plastica che si degradano (flaconi, sacchetti, etc.), ma anche dal lavaggio di indumenti sintetici e dall’usura delle attrezzature da pesca, che rilasciano micro-filamenti invisibili a occhio nudo, pronti a entrare nella catena alimentare.
L’isolamento geografico non è più uno scudo sufficiente. L’Oceano sta restituendo ciò che abbiamo gettato via e lo sta facendo servendolo direttamente nei piatti di chi, paradossalmente, ne ha meno colpa.


















