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Chatbot AI: l’uso intenso può favorire la psicosi

Esperti e studi clinici analizzano il legame tra chatbot AI e psicosi. Non è una diagnosi ufficiale, ma l’uso intenso può aggravare fragilità mentali

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chatbot ai Mongta Studio / Shutterstock.com

In sintesi

  • L’uso prolungato e intenso dei chatbot di intelligenza artificiale può rafforzare deliri e convinzioni false in soggetti psicologicamente vulnerabili.
  • Il rischio non è ancora definito con certezza scientifica, ma medici e aziende tecnologiche invitano alla prudenza e a maggiore ricerca.

Negli ultimi anni i chatbot basati su intelligenza artificiale sono entrati nella vita quotidiana di milioni di persone, diventando strumenti di lavoro, informazione e compagnia. Diversi studi e numerosi esperti di salute mentale, però, stanno sollevando preoccupazioni su un possibile legame tra l’uso intenso di chatbot AI e la salute psichica. In particolare, l’attenzione è rivolta alle persone più fragili dal punto di vista psicoemotivo, che potrebbero essere maggiormente esposte al rischio di sviluppare o aggravare disturbi mentali come la psicosi.

Che cos’è la psicosi da AI 

Attualmente non esiste una diagnosi clinica riconosciuta chiamata “psicosi da AI” o “psicosi indotta dai chatbot”. Quando si legge questa espressione, quindi, ci si riferisce al possibile legame, evidenziato da alcuni studi ed esperti, tra l’uso intensivo dei chatbot di intelligenza artificiale e la comparsa o il rafforzamento di sintomi psicotici.

La psicosi è una condizione mentale caratterizzata da una perdita di contatto con la realtà, che può manifestarsi attraverso allucinazioni, pensiero disorganizzato e convinzioni false ma profondamente radicate, note come deliri.

Nei casi osservati, i chatbot AI non sembrano creare il disturbo da zero, ma possono inserirsi in un quadro di vulnerabilità già esistente.

Perché i chatbot AI possono rinforzare psicosi e deliri

Uno degli aspetti critici dei chatbot AI è la loro tendenza ad assecondare l’utente. Accettando senza contraddizioni la “realtà” raccontata e riflettendola sotto forma di risposte coerenti, il chatbot può involontariamente rafforzare idee deliranti.

Lo psichiatra Keith Sakata dell’Università della California a San Francisco ha raccontato di aver seguito numerosi pazienti che, dopo un uso intenso dei chatbot AI, avevano sviluppato o aggravato convinzioni deliranti, arrivando in alcuni casi al ricovero ospedaliero.

A supporto di queste osservazioni ci sono alcune ricerche, tra cui uno studio danese che ha individuato decine di casi in cui l’uso dei chatbot era associato a effetti potenzialmente dannosi sulla salute mentale. In alcune situazioni estreme le conseguenze sono state tragiche, con episodi di suicidio e violenza.

È vero che i chatbot AI causano psicosi?

La comunità scientifica è concorde nel ritenere che il rischio di psicosi causato all’uso intensivo di chatbot AI non sia ancora chiarito in modo definitivo. Attualmente però i chatbot AI non sono considerati una causa diretta di psicosi, ma piuttosto un possibile fattore di rischio aggiuntivo che si somma ad altri elementi scatenanti, tra cui la predisposizione individuale.

Il rischio non riguarda però in egual modo anche altre tecnologie, o la tecnologia in generale: il punto è proprio che solo i chatbot AI riescono a simulare un dialogo umano continuo, empatico e personalizzato, creando un’interazione che può risultare particolarmente coinvolgente.

Aziende come OpenAI riconoscono il problema e dichiarano di lavorare su sistemi capaci di individuare segnali di disagio psicologico, ridurre conversazioni potenzialmente dannose e indirizzare gli utenti verso risorse di supporto. Il tema resta aperto e richiede ulteriori studi, ma intanto sempre più cliniche iniziano a considerare l’uso dei chatbot AI come un elemento rilevante nella valutazione dei pazienti.