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SCIENZA

Ma quanti oggetti abbiamo già perso o abbandonato nello spazio? La risposta è un po' inquietante

Cinque sonde storiche e i resti dei loro vettori stanno abbandonando il Sistema Solare, trasformandosi in messaggeri senza tempo della nostra civiltà.

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Sonde abbandonate nel cosmo iStock
  • Cinque sonde umane stanno lasciando il Sistema Solare dopo missioni storiche, trasformandosi in testimoni silenziosi dell’esplorazione cosmica.
  • Pioneer, Voyager e New Horizons hanno sorvolato pianeti lontani, inviato dati preziosi e portano ancora simboli e messaggi della Terra.
  • Accanto a loro viaggiano anche frammenti metallici dei lanci, mentre le traiettorie spingono questi oggetti verso distanze quasi inimmaginabili.

Cinque veicoli realizzati dall’uomo e svariati resti dei motori che li hanno spinti oltre l’orbita terrestre stanno varcando la soglia del Sistema Solare. Esploratori instancabili come Pioneer, Voyager e New Horizons hanno ormai terminato la loro missione primaria, trasformandosi in vere e proprie bottiglie lanciate nell’oceano cosmico. Questi artefatti, pensati per resistere all’ambiente cosmico più ostile, viaggiano oggi verso le profondità dell’Universo portando con sé la testimonianza della nostra civiltà.

Le sonde Pioneer

La stagione delle sonde spaziali interstellari si apre nei primi anni Settanta con il programma Pioneer della NASA.

La Pioneer 10, lanciata nel 1972, è stato il primo manufatto umano a superare la fascia degli asteroidi e a regalare scatti ravvicinati di Giove, analizzando da vicino la sua complessa magnetosfera.

L’anno successivo la gemella Pioneer 11 ha sfruttato la spinta gravitazionale del colosso gassoso per dirigersi verso Saturno, individuandone nuovi anelli nel 1979.

I contatti radio si sono spenti rispettivamente nel 2003 e nel 1995, ma le due navicelle continuano la loro rotta.

Sulla loro scocca è fissata una placca in alluminio anodizzato d’oro ideata da Carl Sagan e Frank Drake: un biglietto da visita con incisioni scientifiche, figure umane e mappe di pulsar, pensato per resistere all’erosione della polvere cosmica per milioni di anni.

Il viaggio infinito delle Voyager 

Il programma Voyager ha alzato ulteriormente l’asticella della tecnologia di rilevamento e comunicazione. Voyager 1 ha regalato immagini straordinarie dei vulcani di Io e dell’atmosfera di Titano, per poi deviare dal piano dell’eclittica e prendere la rotta più rapida verso l’esterno.

La sonda ha ufficialmente varcato i confini interstellari nel 2012. Voyager 2 ha invece completato un irripetibile viaggio esplorativo sorvolando anche Urano e Nettuno grazie a un allineamento planetario che si verifica solo ogni 176 anni, entrando nello Spazio profondo nel 2018.

Entrambe le navicelle custodiscono il celebre Golden Record, un disco d’oro contenente suoni della Terra, brani musicali, saluti in cinquantacinque lingue e immagini della nostra cultura.

Nonostante viaggino a oltre 25 miliardi di chilometri di distanza, le sonde riescono ancora a dialogare con i radiotelescopi terrestri, seppur con un ritardo di trasmissione che supera le 23 ore.

La spinta diretta di New Horizons e gli oggetti di metallo

A questo gruppo ristretto si aggiunge la sonda New Horizons, scagliata verso Plutone nel 2006.

A differenza delle sue sostitute, ha raggiunto la velocità di fuga necessaria senza sfruttare alcun effetto fionda dai pianeti giganti, facendo affidamento unicamente sulla potenza iniziale del razzo Atlas V.

Dopo il sorvolo del pianeta nano nel 2015 e di Arrokoth nel 2019, prosegue il suo cammino verso le regioni più esterne della fascia di Kuiper.

Insieme a questi cinque laboratori scientifici viaggiano però anche diversi oggetti inermi.

Gli stadi superiori dei vettori di lancio e vari componenti di separazione seguono le medesime traiettorie: involucri metallici privi di strumentazione che vagano silenziosi tra le stelle.

Tra circa 40.000 anni Voyager 1 sfilerà a poco più di un anno luce dalla stella Gliese 445, mentre Pioneer 10 proseguirà il suo pellegrinaggio verso Aldebaran, che raggiungerà tra un paio di milioni di anni, testimoniando in eterno la spinta della nostra specie verso l’esplorazione spaziale.