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Dopo le nuove regole di Meta crescono odio e violenza online, anche contro i politici

L'equilibrio tra libertà d'espressione e censura è sempre più debole e a renderlo visibile sono i social media, strumenti ormai indispensabili anche per i rappresentanti delle istituzioni.

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Dopo le nuove regole di Meta crescono odio e violenza online, anche contro i politici 123RF

L’odio trova terreno fertile sulle piattaforme social e questo non è un segreto. Non lo è per noi “comuni mortali” che li utilizziamo in modo – si auspica – dignitoso e che, talvolta senza volerlo, ci possiamo ritrovare coinvolti in attacchi insensati alla nostra persona, ma non lo è neanche per chi ai social si affida in modo più specifico e strategico.

Libertà d’espressione vs censura

Inevitabile pensare ai politici. Abbiamo assistito a una vera e propria evoluzione della comunicazione politica, che si è sempre più allontanata dalle sedi istituzionali preferendo tweet e post per esprimere opinioni, contrasti, cordoglio, idee. Per un politico è oro: puoi veicolare un messaggio a un pubblico estremamente numeroso, molto più di quello che abitualmente si informa e segue il rappresentante/partito tal dei tali o che banalmente si raduna in piazza in modo consapevole e partecipativo. Non stiamo qua a dire che sia un bene, ma è un dato di fatto.

Ma se è vero che ‘sta mano po esse fero o po esse piuma, prendendo in prestito dal compianto Mario Brega, i social sono un campo in cui coltivare idee, novità, buoni propositi e al contempo radure in cui crescono rampicanti ed erbacce che si nutrono di odio e disprezzo. E questi ultimi, come è sotto gli occhi di chiunque, possono tornare molto utili a chi semina caos per trarne vantaggio e accrescere consenso.

Banalmente, basterebbe che colossi come Meta gestissero con autorevolezza e criterio questo aspetto dell’interazione virtuale, investendo sulla moderazione dei contenuti. Poi, però, si urlerebbe alla censura. Togliendo il condizionale, è quanto già accaduto.

L’equilibrio tra la tutela della libertà di espressione e la salvaguardia della sicurezza digitale si regge su un filo tanto, troppo sottile e, mentre c’è chi se ne lava le mani in attesa che una soluzione piova dal cielo, piattaforme come Facebook hanno eliminato il fact checking e quasi raso a zero le restrizioni. “Abbiamo applicato le nostre regole in modo eccessivo, limitando il legittimo dibattito politico, censurando troppi contenuti banali e sottoponendo troppe persone ad azioni restrittive frustranti”, la spiegazione di Joel Kaplan, responsabile degli affari globali di Meta.

Il risultato? Guardando all’ambito politico, possiamo attingere al nuovo rapporto del Center for Countering Digital Hate che svela l’impatto reale della riduzione dei filtri di sicurezza.

Cosa dicono i dati

Il CCDH ha analizzato circa 8 milioni di commenti su Facebook indirizzati a 100 membri della Camera dei Rappresentanti degli Stati Uniti d’America, equamente divisi tra repubblicani e democratici, rilevando che nei sei mesi successivi all’introduzione delle nuove linee guida della piattaforma i commenti offensivi e razzisti contro i legislatori sono triplicati in media.

Entrando nel dettaglio, l’impennata dei contenuti tossici è ancor più evidente: le minacce violente sono passate da 1.800 a 7.600 episodi, i discorsi d’odio sono passati da 6.900 a 30.000 commenti, bullismo e molestie da 15.700 a 39.900 casi.

Da una parte i portavoce aziendali difendono le proprie scelte appellandosi alla trasparenza, dall’altra i report interni confermano il dimezzamento degli interventi proattivi di rimozione. Gli esperti evidenziano un altro aspetto interessante, ovvero la correlazione tra l’assenza di filtri e l’aumento dei profitti pubblicitari. In sostanza contenuti estremisti, insulti e violenza generano tassi di interazione (il cosiddetto engagement) eccezionalmente alti: gli utenti restano connessi più a lungo, visualizzando più inserzioni e massimizzando i ricavi delle piattaforme a discapito della sicurezza collettiva. Disinvestendo dal controllo, i social network amplificano i messaggi più tossici per risparmiare sui costi vivi della sicurezza.

Questo fenomeno non si esaurisce dietro lo schermo di uno smartphone e produce effetti anche nella realtà. Picchi di minacce ai politici si traducono in aumenti dei costi di gestione della sicurezza pubblica e, al di là del discorso strettamente economico, influenzano la stessa tenuta democratica di un Paese.