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SCIENZA

Nuove tecniche combinate "riportano in vita" le principesse guerriere d'Egitto

Le armi trovate nelle tombe non sarebbero state soltanto simboliche: una tecnologia d'indagine combinata racconta l’addestramento delle principesse d’Egitto

Principesse egizie
  • L'applicazione combinata di analisi osteologiche, radiografie e spettroscopia FTIR ha rivelato dettagli fino ad ora invisibili nelle sepolture del Medio Regno.
  • Le evidenze scheletriche mostrano che alcune figlie del re praticavano movimenti ripetitivi compatibili con l'uso di armi, ribaltando l'immagine passiva tradizionale.
  • Anomalie ereditarie e cure mediche sofisticate suggeriscono legami familiari stretti ed elevato status sociale, mentre nuove indagini genetiche amplierebbero la ricostruzione.

La tecnologia continua a fare passi avanti, e porta delle sorprese anche nei laboratori in cui si studia il passato. Gli strumenti a disposizione dei ricercatori, infatti, diventano ogni anno più raffinati, capaci di leggere dettagli che fino a poco tempo fa restavano invisibili.

È grazie a questi progressi che alcune delle pagine più affascinanti e misteriose della storia tornano a parlarci: l’ultimo esempio arriva dall’antico Egitto, dove un nuovo studio ha riacceso i riflettori su un gruppo di principesse rimaste per secoli ai margini del racconto ufficiale, restituendo doti che in pochi avrebbero immaginato.

Lo studio

La ricerca è firmata da Zeinab Hashesh, archeologa dell’Università di Beni-Suef, insieme a Ahmed Gabr del Ministero del Turismo e delle Antichità egiziano e a Roxie Walker dell‘Institute for Bioarcheology di Londra.

È stata pubblicata sulla rivista scientifica Frontiers in Environmental Archaeology e prende in esame i resti di un re e di alcune principesse del Medio Regno, vissute circa quattromila anni fa. Il valore del lavoro, come accennavamo all’inizio, sta soprattutto nel metodo.

Gli stessi reperti erano già stati osservati a fine Ottocento, con gli strumenti dell’epoca, e poi dimenticati per oltre un secolo in una cassa di legno nei sotterranei del Museo Egizio del Cairo, dove sono stati riscoperti nel 2020. Questa volta il gruppo di Hashesh ha incrociato tre tecniche diverse sulle medesime ossa, creando un sistema nuovo e combinato, rivoluzionario.

La prima è l’analisi osteologica sistematica, che ricostruisce età, statura, malattie e i segni lasciati dai muscoli sullo scheletro, la seconda è la radiografia, capace di svelare fratture e lesioni interne, e la terza è la spettroscopia FTIR, che identifica la composizione chimica delle resine usate per l’imbalsamazione.

Grazie all’intuizione di sovrapporre le indagini e all’uso di strumenti di recente introduzione, si è aperta una finestra sulla vita di queste donne che l’archeologia classica da sola non poteva offrire.

Le principesse guerriere d’Egitto

Le sepolture avevano già incuriosito gli egittologi dell’Ottocento per un dettaglio che stonava con le aspettative: accanto ai corpi femminili si trovavano archi, mazze e pugnali. Per generazioni quelle armi sono state liquidate come oggetti puramente simbolici, doni rituali pensati per accompagnare le defunte nell’aldilà.

La nuova lettura delle ossa ribalta questa interpretazione: i punti in cui i muscoli si agganciano allo scheletro, chiamati entesi, si ispessiscono quando un gesto viene ripetuto a lungo e con forza, e restano leggibili anche dopo millenni.

Sulle braccia delle principesse questi attacchi risultano sviluppati in modo compatibile con movimenti intensi e abituali, come tendere la corda di un arco o impugnare un’arma. E non è tutto qui: ogni donna ha lasciato una “firma” diversa.

Ita, morta tra i venti e i trentaquattro anni, mostra i segni di una presa frequente su pugnali o mazze; Khenmet, più avanti con gli anni, univa ossa assottigliate ad attacchi legamentosi robusti; Itaweret era sopravvissuta a costole rotte e a fratture da stress ai piedi, e il suo scheletro racconta di un’arciera allenata.

Il caso più eloquente resta quello di Noub-Hotep: la curvatura di un osso della mano destra combacia con le frecce ritrovate nella sua tomba, come se la pratica del tiro avesse plasmato la forma stessa dell’arto.

Donne, guerra e potere

Il quadro che emerge tocca un tema più largo della singola scoperta: queste donne portavano il titolo di “figlie del Re” e avevano un ruolo attivo nel sistema rituale legato alla rinascita del sovrano defunto. Erano parte integrante di una macchina cerimoniale pensata per garantire la continuità del potere reale.

Gli autori dello studio le descrivono come corpi allenati e disciplinati, competenti nel maneggiare armi, lontane dall’immagine passiva e ornamentale a cui la tradizione le aveva ridotte. Un dato che complica gli schemi consueti sui ruoli di genere nell’antichità, dove la guerra e la caccia vengono attribuite quasi sempre agli uomini.

Qui è lo status a ridisegnare i confini: l’appartenenza alla famiglia reale sembra aver richiesto a queste donne un addestramento fisico e una perizia che superano le aspettative legate al loro sesso.

Un lignaggio scritto nelle ossa

L’esame ha fatto affiorare anche una serie di anomalie congenite alla colonna vertebrale che ricorrono da un individuo all’altro, un elemento che rafforza l’ipotesi di legami familiari stretti e di pratiche endogamiche all’interno della linea reale tra la Dodicesima e la Tredicesima dinastia.

Le fratture, poi, appaiono quasi tutte ben rimarginate, senza disallineamenti né infezioni: un indizio di cure mediche efficaci, in linea con le procedure descritte nei papiri chirurgici dell’epoca. Le resine impiegate per l’imbalsamazione, incenso e ginepro, arrivavano invece da rotte commerciali a lungo raggio e confermano un trattamento funerario riservato all’élite, coerente in tutti gli individui esaminati.

L’Egitto e i suoi misteri: un patrimonio in divenire

La vicenda di questi resti ricorda quanto il passato possa restare a lungo a portata di mano senza essere visto. Una cassa etichettata in modo sommario, dimenticata in un magazzino, ha custodito per oltre cent’anni informazioni che oggi riscrivono la biografia di un’intera famiglia reale.

Restano, però, delle zone d’ombra: tutti i crani, tranne una parte di quello del re, sono andati perduti dopo essere stati trasferiti in un’altra sede all’inizio del Novecento, e questo rende la ricostruzione incompleta.

Gli stessi ricercatori invitano alla prudenza e annunciano nuove indagini, dall’analisi del DNA a quella degli isotopi, appena otterranno le autorizzazioni necessarie. L’antico Egitto continua così a rivelarsi un patrimonio in movimento, in cui ogni progresso di laboratorio può cambiare ciò che credevamo di sapere.

FAQ

Che tecniche hanno usato i ricercatori?

Hanno combinato analisi osteologica sistematica, radiografia e spettroscopia FTIR sulle stesse ossa per ottenere dati sovrapposti.

Perché si parla di principesse guerriere?

Le entesi ossee mostrano ispessimenti compatibili con movimenti ripetuti come tendere un arco o impugnare armi, indicando addestramento pratico.

Cosa dimostrano le fratture rimarginate?

Fratture ben rimarginate senza infezioni suggeriscono cure mediche efficaci riservate a individui dell'élite.

Si hanno prove di legami di sangue fra loro?

Anomalie congenite ricorrenti nella colonna vertebrale indicano legami familiari stretti e possibili pratiche endogamiche.

Ci sono limiti nello studio attuale?

Sì: molti crani sono andati perduti, la ricostruzione resta parziale e sono previste analisi di DNA e isotopi appena autorizzate.