Cold case archeologico risolto con le analisi archeometriche: antico mosaico recuperato in Germania
La storia di un mosaico romano prima trafugato durante la Seconda guerra mondiale, poi attribuito ai cicli pompeiani ma che, in realtà, proviene dalle Marche.

Un mosaico romano trafugato durante la Seconda guerra mondiale e rimasto per decenni in Germania è tornato in Italia. Inizialmente attribuito all’area vesuviana e destinato al Parco archeologico di Pompei, il reperto ha però rivelato una storia molto diversa. Grazie a sofisticate analisi archeometriche e a un lavoro interdisciplinare tra archeologi e scienziati dei materiali, è stato possibile ricostruire l’origine reale dell’opera, risolvendo un vero e proprio cold case archeologico che parte dall’antica Roma e arriva fino ai giorni nostri.
- Il caso dell'assegnazione errata
- Il mosaico romano
- Le analisi archeometriche che hanno risolto il mistero
- La vera origine del mosaico
Il caso dell’assegnazione errata
La vicenda del mosaico emerge da un’indagine del Nucleo Tutela Patrimonio Culturale dei Carabinieri. Secondo la ricostruzione, l’opera sarebbe stata sottratta in Italia nel 1943 o 1944 da un capitano della Wehrmacht impegnato nella catena logistica delle truppe tedesche.
Il militare portò il mosaico in Germania e lo donò a un conoscente. Solo molti decenni dopo, gli eredi di quel cittadino tedesco hanno deciso di restituirlo allo Stato italiano.
Nel luglio 2025 il reperto è stato presentato pubblicamente a Pompei. Poiché mosaici simili erano noti nell’area vesuviana, il Ministero della Cultura aveva inizialmente assegnato l’opera al Parco archeologico locale.
Tuttavia, le ricerche avviate in seguito hanno portato a una conclusione inattesa: il mosaico non proveniva affatto da Pompei.
Il mosaico romano
Il reperto è un emblema, cioè un riquadro musivo realizzato separatamente e poi inserito in una pavimentazione più ampia. Misura poco più di 37 centimetri per lato ed è composto da minuscole tessere policrome, spesso di appena uno o due millimetri.
Questa tecnica raffinata è nota come opus vermiculatum e permetteva di ottenere effetti cromatici simili a quelli della pittura.
La scena raffigurata è di carattere erotico e mostra un uomo sdraiato su un letto mentre solleva la coperta per accogliere una donna che si avvicina. L’ambientazione domestica, con mobili e dettagli accurati, suggerisce che il mosaico decorasse probabilmente il pavimento di un cubiculum, la stanza da letto nelle abitazioni romane.
Rappresentazioni di questo tipo erano relativamente diffuse nell’élite romana. Come ricordano alcune fonti letterarie, tra cui passi citati da autori latini come Ovidio, piccoli quadri con scene amorose potevano trovare posto negli spazi privati della casa, spesso con un valore estetico e culturale oltre che decorativo.
Le analisi archeometriche che hanno risolto il mistero
La svolta nell’indagine è arrivata grazie alle analisi archeometriche realizzate da un gruppo di ricerca guidato dall’Università del Sannio, in collaborazione con il Parco archeologico di Pompei e con l’Università di Ferrara.
Gli studiosi hanno esaminato il mosaico utilizzando tecniche non invasive come la microscopia digitale, la fluorescenza a raggi X portatile e la spettroscopia di riflettanza.
Questi strumenti permettono di studiare la composizione chimica e mineralogica delle tessere senza danneggiare l’opera.
Le analisi hanno rivelato una notevole varietà di materiali: marmi, rocce vulcaniche, calcari, porfido rosso e paste vitree utilizzate per alcune sfumature cromatiche. Anche la cassa che contiene il mosaico, realizzata in travertino, è stata analizzata attraverso misure isotopiche del carbonio e dell’ossigeno.
Il confronto con un mosaico pompeiano raffigurante Dioniso e Arianna ha mostrato diverse analogie tecniche, ma anche alcune differenze nei materiali utilizzati. Le analisi hanno suggerito che opere simili potessero essere prodotte in botteghe specializzate e poi commercializzate in varie regioni dell’Italia romana.
La vera origine del mosaico
La soluzione definitiva è arrivata incrociando i risultati scientifici con le fonti storiche. Durante la presentazione del mosaico nel 2025, l’archeologa Giulia D’Angelo ha riconosciuto la scena come quella descritta già nel 1790 da Baldassarre Orsini tra le antichità del marchese Federico Malaspina ad Ascoli Piceno.
Ulteriori documenti ottocenteschi e ricerche archivistiche hanno confermato che il mosaico proveniva da Rocca di Morro, nel territorio di Folignano, nelle Marche. In quell’area indagini archeologiche hanno individuato i resti di una villa romana, probabilmente il contesto originario del pavimento musivo.



















