Sulla superficie di Mercurio hanno osservato qualcosa di inedito: "È la prima volta"
Finora era un "mistero" ma un gruppo di ricercatori ne è venuto a capo: su Mercurio hanno visto per la prima volta qualcosa di inedito.
Il pianeta più vicino al Sole, una “palla di roccia” apparentemente arida e martoriata, nascondeva un segreto che gli scienziati cercavano di decifrare da decenni. Segreto svelato, grazie a una nuova ricerca dal titolo Spectral Evidence for Recent/Ongoing Activity in Mercury’s Praxiteles Basin, pubblicata lo scorso 2 febbraio su The Planetary Science Journal. Per la prima volta sono stati identificati minerali poveri di ferro sulla superficie di Mercurio, utilizzando strumenti in orbita.
Il mistero della “maschera” di Mercurio
Vien da chiedersi, perché in tutto questo tempo è stato così difficile svelare tale “segreto”? Il problema principale risiede nei cosiddetti processi di space weathering, ovvero “degradazione spaziale”: Mercurio è costantemente bombardato dal vento solare e da micrometeoriti che ne alterano la “maschera”, rendendo le firme dei minerali praticamente invisibili.
La superficie di Mercurio sembrava piatta e priva di dettagli mineralogici chiari. Come ha spiegato Anna Galiano, ricercatrice dell’INAF (Istituto Nazionale di Astrofisica) e prima autrice dello studio, i ricercatori hanno dovuto applicare una sorta di “restauro digitale”, ovvero una rigorosa correzione fotometrica, per eliminare ombre e interferenze topografiche, riuscendo finalmente a vedere cosa si nascondeva nel suolo.
La nuova scoperta
Cuore della scoperta è il bacino Praxiteles, un’area situata nell’emisfero nord di Mercurio. Qui i dati della storica missione Messenger della NASA hanno rivelato una banda di assorbimento a 830 nm, una sorta di “impronta digitale” lasciata dagli ioni di ferro intrappolati nei cristalli dei minerali.
Lo spiega bene la dottoressa Galiano: “Attraverso l’analisi delle immagini multispettrali acquisite dalla camera Mdis-Wac a bordo di Messenger abbiamo identificato una banda di assorbimento posizionata a 830 nm in alcune aree del bacino Praxiteles, nell’emisfero nord di Mercurio. Questa firma spettrale è causata dagli ioni di metalli di transizione (come il ferro o il titanio) integrati nella parte cristallina dei minerali. La particolare posizione della banda suggerisce che il responsabile di questo assorbimento sia lo ione ferro, anche se presente in ridotte quantità”.
Per la prima volta, dunque, gli scienziati sono riusciti a “osservare questi minerali con tecniche di remote sensing, ovvero con strumenti in orbita attorno al pianeta“. La conferma di una presenza finora ipotizzata da alcuni modelli teorici dal momento che, in passato, solo i potenti telescopi da Terra avevano intravisto qualcosa (mai con questa precisione e mai direttamente dall’orbita).
Non solo la crosta di Mercurio non è uniforme come credevamo, ma molto più complessa e più “ossidata” del previsto, ma c’è un altro dettaglio interessante: questi minerali sono stati trovati vicino ai cosiddetti hollows, cioè delle depressioni nate probabilmente dalla perdita di materiali volatili dal sottosuolo. Ciò suggerisce che i minerali siano stati portati in superficie da impatti recenti o da processi geologici ancora in corso, rafforzando l’idea che Mercurio, nonostante le apparenze, sia un pianeta geologicamente attivo e ricco di sostanze chimiche inaspettate.


















