Maturità 2026: abbiamo chiesto a tre IA di fare la prima prova, chi se l'è cavata meglio?
Abbiamo messo alla prova ChatGPT, Gemini e Luma sulla stessa traccia di attualità e le abbiamo fatte correggere a vicenda: la pagella finale

Esiste innegabilmente un prima e un dopo l’IA, anche quando si parla di Maturità. Se è vero che è impossibile sfruttare l’intelligenza artificiale in classe, in molti avranno di certo tentato di anticipare i temi possibili scelti dal Ministero.
Com’è tradizione, poi, si saranno armati di fogliettini ben nascosti in ogni dove, incrociando le dita affinché uno di quelli risultasse vincente. Ma se uno di questi sistemi avesse sostenuto l’esame di Maturità 2026, sarebbe stato promosso?
Ne abbiamo messi alla prova tre, testandoli sulla stessa traccia e chiedendo di produrre un testo come se fosse stato creato da un giovane maturando. Per quanto riguarda la traccia, la scelta è ricaduta sull’attualità, e nello specifico su "Funziona a meraviglia" della giornalista tedesca Wenke Husmann.
Maturità, l’esame di Gemini
L’anacronismo del guardare in alto: la meraviglia come atto di resistenza
Viviamo in un’epoca che ha fatto della misurabilità e della prevedibilità i suoi pilastri fondamentali. Ogni fenomeno viene sezionato, ogni percorso calcolato da un algoritmo, ogni dubbio risolto con un clic sullo schermo di uno smartphone. In questo scenario di iper-connessione e disincanto, l’articolo di Wenke Husmann, Funziona a meraviglia, agisce come una scossa silenziosa, invitandoci a recuperare una dimensione che rischiamo di smarrire definitivamente: la capacità di stupirsi, il valore dell’incanto. La traccia ministeriale ci pone di fronte a un quesito cruciale: che ruolo gioca lo stupore nella nostra comprensione del mondo? È solo un’ingenua reazione infantile o, al contrario, rappresenta una forma profonda di conoscenza e, oggi più che mai, di resistenza culturale?
Per rispondere, è necessario comprendere cosa sia davvero l’incanto. Non si tratta di una fuga dalla realtà, né di un rifiuto della spiegazione scientifica. La vera meraviglia non si esaurisce quando scopriamo il meccanismo dietro a un fenomeno; semmai, si amplifica. Sapere che l’aurora boreale è il risultato dell’interazione tra particelle solari e il campo magnetico terrestre non rende la visione di quel cielo verde meno mozzafiato. Lo stupore è la reazione spontanea e viscerale di fronte alla complessità e alla bellezza dell’esistente. È quel momento di sospensione in cui il nostro "io" si ridimensiona e ammette la maestosità di ciò che lo circonda.
Tuttavia, la società contemporanea sembra aver dichiarato guerra alla meraviglia. La nostra quotidianità è dominata dalla fretta, dall’efficienza a tutti i costi e da quello che il filosofo Byung-Chul Han definisce la "società della stanchezza", in cui l’essere umano è ridotto a un animale da prestazione. Non c’è spazio per l’attesa, e senza attesa non può esserci stupore. Tutto deve essere immediato. Se un tempo l’osservazione di un fenomeno naturale richiedeva pazienza – aspettare l’alba, seguire il ciclo delle stagioni, perdersi in un bosco –, oggi consumiamo la bellezza attraverso immagini digitali già filtrate, confezionate e pronte per essere archiviate con un "like". In questo modo, l’esperienza diretta viene sostituita da un simulacro, e l’incanto si spegne sul nascere.
Questa perdita di capacità visiva ha conseguenze profonde sul nostro rapporto con l’ambiente. Se non siamo più capaci di lasciarci affascinare dalla natura, smettiamo anche di rispettarla. L’incanto genera empatia: ci fa sentire parte di un tutto. Quando guardiamo un albero secolare o la vastità del mare con gli occhi della meraviglia, avvertiamo l’urgenza di proteggerli. Al contrario, uno sguardo puramente utilitaristico vede nella natura solo risorse da sfruttare o sfondi per i nostri contenuti social. La crisi climatica ed ecologica del nostro tempo è, in fondo, anche una crisi di sensibilità, una patologia del nostro modo di guardare il pianeta.
C’è poi un valore squisitamente cognitivo nello stupore. Nella Grecia classica, Aristotele affermava che la filosofia nasce dalla meraviglia (thauma). È lo stupore di fronte a ciò che non capiamo che ci spinge a porre domande, a indagare, a fare ricerca. Senza questa scintilla iniziale, la scienza stessa non sarebbe mai nata. Chi perde la capacità di stupirsi smette di fare domande, accetta il mondo così com’è e scivola nell’apatia o nel conformismo. Per un giovane che si affaccia al futuro, mantenere vivo l’incanto significa conservare uno sguardo critico, non dare nulla per scontato e continuare a cercare il senso profondo delle cose.
In conclusione, la riflessione proposta da Wenke Husmann non è un nostalgico invito a un romanticismo fuori tempo massimo. È un manifesto politico ed esistenziale. Conservare la capacità di osservare la natura e lasciarsi affascinare da ciò che ci circonda non è un lusso superficiale, ma una necessità biologica e spirituale. In un mondo che ci vuole sempre produttivi, distratti e prevedibili, rivendicare il diritto a fermarsi, a guardare in alto e a meravigliarsi è il più rivoluzionario degli atti di resistenza. È il solo modo che abbiamo per restare pienamente umani.
Maturità, l’esame di Chat GPT
L’incanto come chiave per comprendere il mondo
Nel brano Funziona a meraviglia, pubblicato sulla rivista Internazionale, la giornalista Wenke Husmann invita il lettore a riflettere su una capacità che spesso diamo per scontata: quella di meravigliarsi. L’autrice sottolinea come l’incanto non sia qualcosa di infantile o superficiale, ma una dimensione fondamentale dell’esperienza umana, che permette di osservare la realtà con occhi nuovi e di mantenere vivo il desiderio di conoscere.
Ritengo che questa riflessione sia particolarmente significativa nella società contemporanea. Viviamo infatti in un’epoca caratterizzata da una grande disponibilità di informazioni e da un progresso tecnologico senza precedenti. Attraverso internet possiamo conoscere in pochi secondi fenomeni naturali, eventi storici e scoperte scientifiche. Paradossalmente, però, proprio questa abbondanza rischia di renderci meno capaci di stupirci. Siamo continuamente esposti a immagini, notizie e contenuti che scorrono velocemente davanti ai nostri occhi, lasciandoci poco tempo per soffermarci e osservare davvero ciò che ci circonda.
L’incanto nasce invece dalla capacità di rallentare e di prestare attenzione. Può manifestarsi davanti a un tramonto, al cielo stellato, al mare in tempesta o persino osservando un piccolo dettaglio della natura. Si tratta di esperienze che ci ricordano quanto il mondo sia più complesso e affascinante di quanto spesso immaginiamo. Lo stupore rappresenta il primo passo verso la conoscenza: quando qualcosa ci meraviglia, nasce spontaneamente il desiderio di comprenderlo.
Questa idea è confermata anche dalla storia della scienza. Molte delle più grandi scoperte sono nate dalla curiosità e dalla meraviglia di fronte a fenomeni apparentemente semplici. Galileo Galilei, osservando il cielo con il telescopio, rivoluzionò la visione dell’universo proprio perché non smise di interrogarsi su ciò che vedeva. Albert Einstein affermava che la cosa più bella che possiamo provare è il senso del mistero, poiché esso è all’origine dell’arte e della scienza. Senza stupore, dunque, non esisterebbe il progresso.
Anche nella vita quotidiana l’incanto svolge un ruolo importante. Esso ci aiuta a contrastare l’abitudine e l’indifferenza. Spesso siamo talmente concentrati sugli impegni, sul lavoro o sullo studio da dimenticare la bellezza presente nelle piccole cose. Recuperare la capacità di meravigliarsi significa vivere in modo più consapevole e intenso, apprezzando ciò che normalmente consideriamo scontato. Inoltre, lo stupore favorisce l’apertura mentale, perché ci rende disponibili ad accogliere ciò che non conosciamo e a mettere in discussione le nostre certezze.
Naturalmente non bisogna confondere l’incanto con l’ingenuità. Essere capaci di meravigliarsi non significa rinunciare al senso critico, ma piuttosto affiancarlo a uno sguardo curioso e attento. Una persona può essere razionale e allo stesso tempo conservare la capacità di emozionarsi davanti alla complessità della realtà. Anzi, proprio la consapevolezza di quanto il mondo sia vasto e ricco di aspetti ancora sconosciuti dovrebbe alimentare il desiderio di scoperta.
In conclusione, condivido pienamente il messaggio proposto da Wenke Husmann. In una società sempre più veloce e dominata dalla tecnologia, preservare la capacità di provare incanto rappresenta una sfida ma anche una necessità. Lo stupore ci permette di comprendere meglio il mondo, di coltivare la curiosità e di vivere con maggiore consapevolezza. Per questo motivo ritengo che l’incanto non sia un lusso o una semplice emozione passeggera, ma una delle qualità più preziose dell’essere umano.
Maturità, l’esame di Luma Labs
La meraviglia che non sappiamo più provare
C’è un gesto che da bambini compivamo senza pensarci e che oggi, quasi senza accorgercene, abbiamo smesso di fare: alzare lo sguardo. Guardare un temporale arrivare da lontano, seguire una formica che trascina una briciola più grande di lei, restare immobili davanti a un cielo stellato senza il bisogno di fotografarlo. Wenke Husmann, nel suo testo Funziona a meraviglia, ci ricorda proprio questo: che la capacità di stupirsi non è un lusso infantile, ma una delle forme più alte e più fragili dell’intelligenza umana. E che, forse, la stiamo perdendo.
L’incanto di cui parla la giornalista non è ingenuità. È, al contrario, una reazione profonda di fronte alla realtà: quel momento in cui un fenomeno naturale — la luce che attraversa le foglie, la simmetria di un fiocco di neve, il volo coordinato di uno stormo — ci costringe a fermarci e a riconoscere che il mondo è più grande e più complesso di noi. Non a caso i filosofi greci collocavano proprio nel thauma, la meraviglia, l’origine stessa del pensiero: Aristotele scriveva che è per lo stupore che gli uomini hanno cominciato a filosofare. Lo stupore, insomma, non è il contrario della conoscenza, ma il suo punto di partenza.
Eppure viviamo in un’epoca che sembra fatta apposta per spegnerlo. Le nostre giornate sono sature di stimoli: notifiche, video che durano pochi secondi, immagini che scorrono via prima ancora di essere osservate. Abbiamo a disposizione una quantità di informazioni che nessuna generazione prima della nostra ha mai conosciuto, eppure paradossalmente fatichiamo a provare meraviglia. Tutto è già stato visto, spiegato, riassunto in un titolo. La sovrabbondanza, anziché nutrire la curiosità, la anestetizza. Ci abituiamo a tutto, e l’abitudine è la nemica più silenziosa dell’incanto.
A questo si aggiunge una mentalità che misura il valore delle cose solo in base alla loro utilità immediata. Fermarsi a guardare un tramonto "non serve a niente"; non produce, non rende, non si traduce in un risultato. Ma è proprio questa logica a impoverirci. La scrittrice Rachel Carson, biologa marina, parlava del sense of wonder, il senso di meraviglia, come di un antidoto alla noia e al disincanto che accompagnano l’età adulta: un seme che andrebbe coltivato perché ci tiene legati alla vita. Anche Albert Einstein, che di razionalità se ne intendeva, affermava che chi non sa più stupirsi è "come morto, una candela spenta". La meraviglia, allora, non è in contrasto con la scienza: ne è il motore. Nessuna grande scoperta è mai nata dall’indifferenza.
Nella mia esperienza personale, mi accorgo di quanto sia facile lasciarsi rubare questa capacità. Trascorro ore davanti a uno schermo e poi, la sera, faccio fatica a ricordare una sola cosa che mi abbia davvero colpito. Ma mi capita anche il contrario: durante un’escursione in montagna lo scorso anno, raggiunta la vetta, ho provato per qualche minuto una sensazione difficile da descrivere, fatta di silenzio, fatica e stupore. In quel momento non avevo voglia di scattare foto; volevo solo guardare. Ho capito che la meraviglia chiede una cosa semplice e oggi rarissima: tempo e attenzione. Chiede di rallentare.
Non credo che la soluzione sia rinunciare alla tecnologia o rifugiarsi in una nostalgia del passato. Il punto non è spegnere gli schermi, ma riallenare lo sguardo. Significa imparare di nuovo a osservare, a fare domande, a non dare per scontato ciò che ci circonda. La natura, in questo senso, resta la grande maestra: non perché sia "lontana" dalla nostra vita digitale, ma perché ci mette di fronte a una complessità che non possiamo controllare né riassumere, e che proprio per questo ci stupisce.
In conclusione, conservare la capacità di meravigliarsi non è un atteggiamento da sognatori, ma un modo di restare pienamente umani. La meraviglia ci ricorda che non sappiamo tutto, e che questo non è un limite, ma una possibilità. Forse il compito più urgente della mia generazione non è imparare a guardare di più — di immagini ne consumiamo già troppe — ma imparare di nuovo a guardare davvero. Perché, come suggerisce Husmann, il mondo continua a funzionare a meraviglia: siamo noi che dobbiamo tornare a saperlo vedere.
Passiamo ai voti
Luma Labs ha così valutato il lavoro di Gemini (in sintesi, un po’ eccessivo e accademico per essere il testo di un maturando):
Tema maturo e brillante, da fascia alta (14-15/15). La tesi — la meraviglia come "atto di resistenza" — è originale e tenuta con coerenza dall’inizio alla fine. Ottima la progressione argomentativa: definizione dell’incanto, critica alla "società della stanchezza", risvolto ecologico e valore cognitivo (il thauma aristotelico). Lessico ricco e preciso, riferimenti culturali (Han, Aristotele) ben integrati e non decorativi. Sintassi controllata ed efficace. Unico limite: manca un’esperienza personale concreta che alleggerisca l’impianto teorico, a tratti molto saggistico. Qualche formula ("scossa silenziosa", "manifesto politico") rischia l’enfasi. Nel complesso, prova solida, argomentata e stilisticamente notevole.
Luma Labs ha così valutato il lavoro di Chat GPT (in sintesi, tutt’altro che personale ma ottimo nella forma, quindi un po’ distante dall’essere "umano"):
Tema solido e ben costruito, da fascia medio-alta (12-13/15). La struttura è ordinata e lineare: comprensione del brano, riflessione sulla società dell’informazione, valore conoscitivo dello stupore con esempi pertinenti (Galileo, Einstein). L’argomentazione è chiara e coerente, il lessico corretto e controllato, la sintassi scorrevole. Il limite è una certa prevedibilità: le idee sono giuste ma poco personali, e l’impianto resta "scolastico", privo di una tesi forte o di un guizzo originale come l’incanto-resistenza visto altrove. Mancano un’esperienza vissuta e affondi critici più audaci. Nel complesso una prova diligente, completa e ben scritta, ma più rassicurante che brillante.
Chat GPT ha così valutato il lavoro di Gemini (in sintesi, registro fin troppo elevato e assenza di personalizzazione, che rende il tutto poco spontaneo per un maturando):
Il tema si distingue per maturità espressiva, originalità dell’impostazione e qualità dell’argomentazione. Il lessico è ricco e preciso, la struttura solida e i riferimenti culturali, come Aristotele e Byung-Chul Han, sono pertinenti e ben integrati. La riflessione va oltre la traccia, proponendo una lettura dello stupore come forma di resistenza culturale e strumento di conoscenza. Tra i limiti, si nota l’assenza di esempi personali o concreti e un registro talvolta molto elevato, quasi universitario, che potrebbe apparire poco spontaneo per un maturando. Nel complesso è un elaborato eccellente, valutabile tra 18 e 20 punti su 20, con una stima realistica di 19/20.
Chat GPT ha così valutato il lavoro di Luma Labs (in sintesi, un elaborato credibile per un maturando, ottimo nella forma ma con alcune idee poco innovative):
Il testo è eccellente, pienamente maturo e ben strutturato. Centra perfettamente la traccia, analizzando il contrasto tra l’iper-connessione digitale e il bisogno di rallentare. I riferimenti storici e scientifici (Galileo, Einstein, la filosofia del thauma) sono pertinenti, inseriti con naturalezza e non pretestuosi. Molto efficace la distinzione finale tra incanto e ingenuità, che eleva il livello critico dell’elaborato. Lo stile è fluido, il lessico appropriato e la sintassi impeccabile. Unica nota: avresti potuto approfondire maggiormente il legame tra la perdita di stupore e la crisi ecologica attuale. Voto stimato per la prima prova: 19-20/20.
Un elaborato straordinario per profondità e maturità espressiva. L’incipit è d’impatto e introduce efficacemente il fulcro della tesi: la meraviglia come atto intenzionale. Eccellente l’integrazione dei riferimenti culturali (Aristotele, Einstein) e di rilievo la citazione di Rachel Carson, che arricchisce l’argomentazione ecologica. La riflessione personale sull’escursione in montagna è dosata con intelligenza, diventando esemplificativa e mai banale. Lo stile è lirico ma rigoroso, la sintassi fluida e il lessico ricercato (anestetizza, simulacro evocato). La conclusione è potente e lascia il segno, offrendo una lucida chiave di lettura generazionale. Voto stimato per la prima prova: 20/20.



















