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Quando uno Stato “spegne” Internet: come e perché accade

Dall’Iran a Starlink: come funziona un blackout Internet statale, quali tecniche vengono usate e perché le telecomunicazioni sono oggi un’arma politica.

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Nazioni che possono spegnere Internet e Starlink iStock

Quando uno Stato decide di spegnere Internet, non sta premendo un interruttore simbolico. Sta agendo su un’infrastruttura fisica, tecnica e politica che, per quanto distribuita e globale, resta sorprendentemente vulnerabile al controllo centralizzato. Quanto sta accadendo in Iran nei primi giorni del 2026 è uno degli esempi più duri e sofisticati di blackout digitale statale mai osservati, tanto da coinvolgere perfino le comunicazioni satellitari considerate, fino a poco tempo fa, un’ultima via di fuga.

Il blocco imposto da Teheran arriva in un contesto di proteste diffuse, nate da ragioni economiche ma rapidamente evolute in una contestazione più ampia della credibilità dello Stato. Come già avvenuto nel 2009, nel 2019 e nel 2022, la risposta del regime è stata colpire lo spazio digitale prima ancora di quello fisico. Ma la novità di questa volta è che non è stata colpita solo la rete tradizionale.

Il blackout iraniano: uno dei più duri mai registrati

Nelle ultime ore, il traffico Internet in Iran è crollato fino a livelli prossimi allo zero. Le reti mobili sono state disattivate, le linee fisse interrotte, le chiamate VoIP rese inutilizzabili. Per la popolazione iraniana non è una novità assoluta: l’Iran è uno dei Paesi che più spesso ricorre al blackout digitale come strumento di controllo politico.

Nel 2019, durante le proteste per il prezzo del carburante, il Paese rimase isolato dal resto del mondo per circa una settimana, uno dei blocchi più estesi e completi mai documentati. In quell’occasione, Teheran costrinse la popolazione a utilizzare esclusivamente la National Information Network, una sorta di Internet nazionale controllata dallo Stato. Anche nel 2022, dopo la morte di Mahsa Amini, il copione fu simile. Ma nel 2026 il livello si è alzato ulteriormente.

Starlink come “piano B” della connettività

Negli ultimi anni, le connessioni satellitari a bassa orbita sono diventate uno strumento chiave per aggirare i blackout. Starlink, la rete satellitare di SpaceX, è stata utilizzata in diversi contesti di crisi come canale alternativo di accesso alla rete, indipendente dalle infrastrutture terrestri controllate dagli Stati. Anche in Iran, secondo numerose fonti e osservatori di rete, decine di migliaia di terminali Starlink sarebbero entrati nel Paese in modo non ufficiale.

Il loro utilizzo è illegale, ma diffuso tra attivisti, giornalisti e reti di opposizione. Nei giorni scorsi sono circolate notizie secondo cui Starlink sarebbe stata attivata gratuitamente per l’Iran. Informazioni mai confermate ufficialmente da Elon Musk, ma rilanciate da diversi account istituzionali e osservatori internazionali. La vera notizia, però, è un’altra.

Per la prima volta, anche Starlink è stato colpito

Secondo dati raccolti da gruppi indipendenti di monitoraggio della rete, l’Iran avrebbe messo in campo disturbi militari mirati capaci di interferire con le comunicazioni satellitari. In particolare, si parla di jamming GPS e radio, una tecnica che consiste nel saturare lo spazio radio con rumore artificiale, rendendo inutilizzabile il segnale.

I dati indicano che inizialmente circa il 30% del traffico Starlink sarebbe stato compromesso, per poi salire rapidamente oltre l’80% in alcune aree. Non un blackout totale e uniforme, ma una copertura a macchia di leopardo, con zone completamente isolate e altre parzialmente funzionanti. È un punto di svolta: per la prima volta, anche la connettività satellitare viene trattata come un bersaglio strategico.

Ma come fa, tecnicamente, uno Stato a spegnere Internet? Internet non è una nuvola astratta. È fatta di cavi, router, server, centrali elettriche e protocolli. Ed è proprio su questi livelli che agiscono i governi.

1. Intervento fisico sull’infrastruttura

Il metodo più semplice e brutale è anche il più efficace: ordinare ai provider di spegnere apparati di rete, scollegare cavi internazionali o interrompere l’alimentazione elettrica ai data center. È una soluzione drastica che produce un isolamento quasi totale, ma ha un costo enorme anche per lo Stato stesso.

2. Manipolazione delle rotte globali

A un livello più sofisticato, gli Stati possono intervenire sul sistema di instradamento globale che permette ai dati di viaggiare tra un Paese e l’altro. Rimuovendo o alterando queste rotte, un Paese diventa di fatto invisibile al resto della rete mondiale: i dati non entrano e non escono.

3. Blocco dei nomi di dominio

Un approccio più selettivo consiste nel manipolare il sistema dei nomi di dominio, impedendo l’accesso a specifici siti e piattaforme. È una tecnica diffusa, relativamente semplice da implementare e spesso usata come primo livello di censura.

4. Ispezione profonda del traffico

Gli Stati più avanzati usano la Deep Packet Inspection, che consente di analizzare il contenuto dei pacchetti di dati in tempo reale. In questo modo è possibile bloccare applicazioni specifiche, strumenti di anonimato, protocolli cifrati o piattaforme di messaggistica, senza spegnere completamente la rete.

5. Disturbo delle comunicazioni satellitari

Il caso iraniano mostra l’ultimo stadio: interferire direttamente con i segnali satellitari, colpendo GPS, uplink e downlink. È una capacità tipicamente militare, non alla portata di tutti i Paesi.

Perché le telecomunicazioni sono così cruciali

L’Iran è uno dei casi più studiati, ma non è l’unico. Negli ultimi anni blackout digitali sono stati documentati anche in Myanmar, Etiopia, Sudan, Russia, Cina, India e in diversi Paesi dell’Asia centrale e dell’Africa. La logica è sempre la stessa: limitare il coordinamento, ridurre la visibilità internazionale, rallentare la diffusione delle informazioni e guadagnare tempo sul piano politico.

Internet oggi non è solo comunicazione. È accesso ai servizi bancari, alla sanità, all’informazione, al lavoro. Spegnerla significa colpire l’intera struttura sociale ed economica di un Paese. Secondo stime indipendenti, ogni ora di blackout nazionale costa milioni di dollari all’economia, interrompe catene di approvvigionamento e compromette la fiducia degli investitori. Ma, per alcuni, il controllo politico vale più della stabilità economica.

Strumenti come le VPN, le reti mesh locali e le connessioni satellitari restano fondamentali, ma il caso iraniano dimostra che nessuna tecnologia è invulnerabile. La sfida tra Stati e strumenti di bypass è diventata una corsa tecnologica continua, in cui ogni soluzione genera una nuova contromisura. Il blackout iraniano del 2026 segna un precedente importante: dimostra che anche l’ultima frontiera della connettività, quella satellitare, può essere messa in discussione da Stati determinati e tecnologicamente preparati. Non è solo una questione iraniana; è un segnale globale.