L'intelligenza artificiale va all'università di Stanford (ed è più in gamba dei professori)
Uno studio della Stanford Law School mostra che i docenti preferiscono di più le risposte dell’IA rispetto a quelle dei propri colleghi in ambito tutoraggio.

Anche i professori di università dovranno iniziare a fare i conti con l’intelligenza artificiale, perché nel lungo periodo potrebbe diventare sempre più difficile capire se a rispondere sia un collega o un chatbot. E già c’è un precedente: in uno studio della Stanford Law School è emerso che, nel contesto del tutoraggio, i professori di diritto hanno preferito in modo netto le risposte generate dall’IA rispetto a quelle scritte dai colleghi.
Che siano i chatbot ora in grado di fare da tutor agli studenti di giurisprudenza al posto dei professori?
- A Stanford l'IA "prende il posto" dei professori di diritto
- Sempre più i chatbot prendono posizione negli studi forensi
- Tutti i vantaggi (e i limiti) dell'IA in giurisprudenza
A Stanford l’IA “prende il posto” dei professori di diritto
Secondo quanto riportato in un articolo pubblicato sul sito di Stanford (che presenta lo studio medesimo), diversi professori provenienti da 14 facoltà di giurisprudenza statunitensi hanno elaborato un elenco di 40 domande considerate “rappresentative” di quelle che gli studenti del primo anno, nell’ambito del tutoraggio accademico, pongono durante le ore di ricevimento, in particolare su temi di diritto dei contratti.
Una volta che gli stessi docenti hanno scritto personalmente le risposte, i ricercatori hanno utilizzato due IA, Gemini 2.5 Pro di Google e NotebookLM, per generare ulteriori risposte alle stesse domande.
A quel punto, gli insegnanti hanno valutato in modalità cieca le risposte brevi, confrontandole tra loro senza sapere quale fosse l’origine. Ed ecco il risultato: nel 75% dei casi le risposte generate dall’IA sono state giudicate più utili per gli studenti rispetto a quelle prodotte dai professori.
Addirittura, meno del 4% delle risposte IA è stato segnalato dai valutatori come “dannoso” per l’apprendimento degli studenti, mentre la percentuale sale al 12% per le risposte scritte direttamente dai professori.
Sempre più i chatbot prendono posizione negli studi forensi
Che l’intelligenza artificiale cominci a farsi valere nel mondo forense non è una novità.
Secondo Reuters, già oggi diversi studi hanno dimostrato che i sistemi sono in grado di superare gli esami di abilitazione alla professione forense, ottenere risultati eccellenti nelle facoltà di giurisprudenza e persino correggere gli esami in modo efficace.
Addirittura, precisa sempre l’agenzia, un numero crescente di facoltà di giurisprudenza sta introducendo corsi obbligatori dedicati all’intelligenza artificiale per gli studenti del primo anno.
Anche se con i dovuti distinguo. Ad esempio, la facoltà di giurisprudenza dell’Università della California a Berkeley, attraverso una nuova policy, ha scelto di limitare in modo significativo il suo utilizzo da parte degli studenti nei lavori accademici.
E già questo fa intendere come, nonostante i risultati, la prudenza rimanga comunque la parola d’ordine negli atenei.
Tutti i vantaggi (e i limiti) dell’IA in giurisprudenza
Per quanto sia più che comprensibile l’entusiasmo nei confronti di questa tecnologia (nell’ultimo anno ha fatto passi da gigante in diversi ambiti, non solo forense), è meglio evitare di concedere ai chatbot un via libera totale.
Potrebbe andare bene nel campo del tutoraggio; già questo studio suggerisce che l’IA potrebbe rappresentare un valido supporto all’insegnamento. Invece di affidarsi ai compagni o a sporadiche email ai docenti per ottenere risposte, gli studenti di giurisprudenza potrebbero utilizzarla per ottenere risposte immediate e pure affidabili.
Si tratterebbe, in ogni caso, di uno strumento di integrazione all’attività didattica, non di una sostituzione. Chi si assumerebbe mai la responsabilità se durante una lezione un chatbot si mettesse a inventare leggi o precedenti giuridici, presentandoli come corretti materiali di studio?
Come tecnologia è preziosa, non è ancora in grado di autocontrollarsi, né di autocriticarsi: non potrebbe dunque mai prendere il posto di uno specialista. Non a caso, i nostri tribunali hanno più volte ribadito i limiti dell’utilizzo dell’intelligenza artificiale in ambito giuridico.
In definitiva, per quanto l’IA sia sempre più avanzata anche nel ragionamento giuridico, il suo ruolo è quello di supportare, non di insegnare. Almeno per ora.
FAQ
Docenti hanno valutato risposte di professori e IA in cieco: nel 75% dei casi le risposte AI sono state ritenute più utili agli studenti.
I ricercatori hanno impiegato Gemini 2.5 Pro di Google e NotebookLM per generare risposte alle stesse domande dei docenti.
No: l'articolo sostiene che l'IA può supportare il tutoraggio ma non sostituire gli specialisti, per limiti di autocontrollo e responsabilità.
Sì: i chatbot possono inventare leggi o precedenti e non autocriticarsi; perciò l'uso va limitato e controllato.

















