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Con l'intelligenza artificiale +15% produttività, a rischio solo alcuni lavori: ecco quali

Il dibattito sull'impatto dell'AI sul lavoro è spesso diviso tra ottimismo e paura. Il nuovo rapporto di Goldman Sachs offre una prospettiva più equilibrata: l'IA aumenterà la produttività del 15% e ma causerà una disoccupazione temporanea e localizzata.

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Lavori a rischio con intelligenza artificiale 123RF

Il dibattito sull’impatto dell’intelligenza artificiale (AI) sul lavoro oscilla da anni tra due estremi: da un lato, c’è chi spera e auspica a una nuova era di produttività e prosperità; dall’altro, i pessimisti della “jobpocalypse”, secondo i quali milioni di persone verranno presto sostituite da algoritmi e robot. In mezzo, c’è la realtà più complessa e sfumata e descritta dall’ultimo report di Goldman Sachs Research, che mette ordine tra paure e aspettative, offrendo un quadro chiaro.

L’AI porterà sì a un certo grado di disoccupazione, ma solo temporanea, mentre nel medio-lungo periodo la produttività e la creazione di nuove professioni compenseranno ampiamente le perdite.

Produttività +15%: intelligenza artificiale come motore della trasformazione

Il dato più impressionante del rapporto riguarda l’impatto stimato sulla produttività. Una volta pienamente adottata, la generative AI potrebbe far crescere l’efficienza del lavoro nei paesi sviluppati di circa +15%. È un incremento potenzialmente rivoluzionario, paragonabile agli effetti della meccanizzazione industriale o dell’introduzione di internet.

Questa ondata di efficienza spiega perché molte imprese stiano già rallentando le assunzioni in ruoli di back-office e supporto. Nel settore finanziario, tecnologico e amministrativo, la produttività legata all’AI ha iniziato a manifestarsi con una riduzione della domanda di manodopera per attività ripetitive, come il data entry o l’assistenza clienti standardizzata. È il cosiddetto “effetto sostituzione”. Ovvero, alcune mansioni vengono automatizzate, portando a una temporanea eccedenza di lavoratori.

Disoccupazione in crescita solo all’inizio

Goldman Sachs stima che la diffusione dell’AI possa dislocare tra il 6% e il 7% della forza lavoro. Numeri che, se presi isolatamente, spaventano. Ma vanno contestualizzati: la perdita effettiva di posti di lavoro potrebbe tradursi, nella fase iniziale, in un aumento del tasso di disoccupazione di soli 0,5 punti percentuali.

Si tratta del fenomeno di frictional unemployment, la disoccupazione frizionale, legata non tanto a un’assenza strutturale di lavoro, quanto al tempo necessario affinché i lavoratori si riqualifichino e trovino nuove opportunità. Gli economisti Joseph Briggs e Sarah Dong, autori dello studio, ricordano che storicamente gli shock tecnologici di questo tipo tendono a risolversi nel giro di due anni.

Quindi, l’impatto ci sarà, ma sarà temporaneo. Per questo il punto fondamentale è capire come accompagnare i lavoratori nella fase di transizione, evitando che diventi un trauma sociale.

I giovani i più colpiti nella prima fase, ma quali lavori sono davvero a rischio?

Secondo il report, l’occupazione dei lavoratori tra i 20 e i 30 anni nei settori più esposti è già diminuita, con un tasso di disoccupazione salito di circa +3 punti percentuali dall’inizio del 2025.

Questo avviene perché molte aziende tecnologiche hanno rallentato le assunzioni di figure junior, preferendo investire in strumenti di AI che riducono la necessità di lavoro operativo. Per i neolaureati in informatica, contabilità o comunicazione digitale, l’ingresso nel mercato si sta rivelando più difficile del previsto.

Il rapporto poi distingue chiaramente tra ruoli ad alto rischio di automazione e ruoli a bassa esposizione.

I primi includono:

  • Programmatori e sviluppatori software junior;
  • Contabili e revisori;
  • Assistenti legali e amministrativi;
  • Customer service e call center;
  • Telemarketer;
  • Proofreader e copy editor;
  • Analisti del credito.

Tutti lavori caratterizzati da ripetitività e compiti codificabili, in cui l’AI può sostituire gran parte delle mansioni quotidiane.

All’opposto, sono meno esposti i mestieri che richiedono decisioni critiche, interazioni fisiche complesse, creatività o empatia umana. Tra questi:

  • Controllori di volo;
  • Dirigenti d’impresa (CEO);
  • Radiologi;
  • Farmacisti;
  • Fotografi.

La linea di separazione non è quindi tra “colletti blu” e “colletti bianchi”, ma tra attività standardizzabili e attività in cui la presenza umana è insostituibile.

Perché non sarà una catasfrofe

Un elemento spesso trascurato nel dibattito riguarda lo stato reale di adozione. Nonostante il clamore mediatico, l’AI è ancora lontana dall’essere pervasiva.

Inoltre, bisogna ricordare che il lavoro non è mai scomparso con il progresso tecnologico, ma è semplicemente cambiato. Nel 1940, gran parte delle professioni di oggi non esisteva. Il messaggio di fondo non è quindi la paura, ma l’adattamento.