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«Le aziende che adottano l'AI stanno addestrando i loro sostituti»: perché questa convinzione?

Secondo l’imprenditore Andrea Pignataro, l’intelligenza artificiale nelle aziende potrebbe sostituirle perché non si guarda ancora agli effetti complessivi e cumulativi dall’AI nel lavoro.

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AI in un luogo di lavoro 123RF

Secondo l’imprenditore Andrea Pignataro, molte aziende che oggi investono in intelligenza artificiale per restare competitive stanno in realtà contribuendo a costruire sistemi capaci di renderle superflue. Si tratta di una riflessione che riguarda da vicino il rapporto tra intelligenza artificiale e aziende, il futuro del software e l’impatto dell’AI e lavoro qualificato. Ecco perché questa tesi sta facendo discutere.

Intelligenza artificiale nelle aziende

Le aziende adottano strumenti di intelligenza artificiale per una ragione semplice: efficienza. Automatizzare analisi, redigere documenti, gestire flussi di lavoro significa ridurre costi e aumentare velocità. Nel breve periodo è una scelta razionale.

Il punto sollevato da Pignataro è però un altro. Se ogni impresa utilizza piattaforme di AI generativa, contribuisce allo stesso tempo ad alimentare quei sistemi con dati, processi, linguaggi specialistici.

L’uso quotidiano diventa addestramento. E l’addestramento rende l’AI sempre più capace di replicare le attività che oggi le aziende vendono come servizi o incorporano nei loro prodotti.

Chi sta insegnando a chi

Il ragionamento parte da un equivoco diffuso nel mercato. Molti investitori, osserva il fondatore del gruppo ION Pignataro, danno per scontato che se un agente AI è in grado di svolgere attività cognitive strutturate, allora potrà sostituire direttamente il software enterprise oggi venduto in abbonamento.

Secondo questa visione, però, il software non è solo automazione. È anche coordinamento: autorizzazioni, controlli di conformità, tracciabilità delle decisioni, gestione delle responsabilità. Tutto ciò che permette a organizzazioni complesse di funzionare in contesti regolati.

L’AI può replicare una parte del lavoro cognitivo, ma non sostituire immediatamente l’infrastruttura istituzionale che tiene insieme aziende, mercati e norme.

Il rischio, sostiene Pignataro, emerge quando le piattaforme imparano la “grammatica” di un settore, fino a dialogare direttamente con i clienti finali.

AI e lavoro

Il tema diventa ancora più sensibile se si guarda ad AI e lavoro. Non si parla solo di programmatori o analisti finanziari. Nel mirino ci sono consulenza legale, advisory, accounting: attività ad alto contenuto di conoscenza.

Lo scenario delineato è progressivo. Prima vengono automatizzate le componenti standardizzate, quelle ripetitive ma necessarie.

Poi l’AI entra in ambiti più sofisticati: modellistica finanziaria su misura, strategia, gestione di contenziosi complessi. Non elimina del tutto il giudizio umano, ma riduce drasticamente il numero di professionisti richiesti per ogni incarico.

Se questo processo avanza più rapidamente della capacità dell’economia reale di riconvertirsi, l’effetto può essere una compressione duratura dell’occupazione qualificata.

È qui che la questione dell’AI che sostituisce il lavoro umano smetterebbe di essere uno spauracchio e diventerebbe un interrogativo concreto per manager e professionisti.

L’AI nelle aziende è una “tragedia”?

Pignataro richiama implicitamente il concetto di “tragedia dei beni comuni”: ogni azienda agisce nel proprio interesse adottando l’AI, ma l’effetto aggregato potrebbe ridurre il valore complessivo del settore.

Ogni cliente di una piattaforma è allo stesso tempo fonte di ricavi e segnale di addestramento. Più utilizzo significa più apprendimento per il sistema. Più apprendimento significa maggiore capacità di sostituire funzioni prima distribuite tra più operatori.

In questo senso, l’intelligenza artificiale nelle aziende non è solo uno strumento operativo, ma un fattore strutturale che può ridisegnare intere filiere economiche.

Perché questa convinzione sta prendendo piede

La rapidità con cui l’AI generativa ha dimostrato di saper automatizzare attività cognitive ha alimentato due reazioni opposte: entusiasmo e panico.

Secondo Pignataro, il mercato starebbe guardando nella direzione sbagliata, concentrandosi sulla sostituzione del singolo software invece che sugli effetti cumulativi delle scelte di milioni di imprese.

La convinzione che le aziende stiano addestrando i loro sostituti nasce da qui: dall’idea che, invitando l’AI dentro i propri processi, le organizzazioni le stiano insegnando a operare in autonomia, fino a ridurre la necessità di intermediari tradizionali.

Non è una profezia inevitabile, ma una possibilità concreta. E riguarda chiunque lavori in settori dove il valore si fonda sulla conoscenza strutturata. Ignorarla sarebbe ingenuo. Affrontarla richiede invece consapevolezza strategica, prima ancora che tecnologia.