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INTELLIGENZA ARTIFICIALE

Intelligenza Artificiale in aula sì, ma seguendo delle regole. Lo dice un professore di Harvard

T. Alexander Puutio, docente presso l’Università di Harvard, parla di Intelligenza Artificiale in ambito accademico: ci vogliono delle regole.

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Intelligenza Artificiale in aula: le regole di un professore di Harvard 123RF

Intelligenza Artificiale nel mondo accademico, sì o no? Il dibattito è in corso ma c’è una voce che si è fatta sentire dalle pagine di Business Insider, che parla di un metodo e di regole che renderebbero questa convivenza pacifica, oltre che utile. Nel saggio di T. Alexander Puutio, docente presso l’Università di Harvard e consulente di fama internazionale per organizzazioni come le Nazioni Unite e il Boston Consulting Group, non solo si sdogana l’uso dei chatbot in aula, ma lo si rende “obbligatorio”: negare questa tecnologia significherebbe “tradire” la missione educativa.

L’AI nella didattica della GenZ

Nel saggio I teach at Harvard and encourage my students to use AI on every assignment. They just have to follow my ground rules, il professor T. Alexander Puutio riflette sul momento in cui tutto è cambiato: “Ricordo ancora il novembre in cui uscì ChatGPT e il periodo degli esami che seguì. Come professore ad Harvard, mi capitava di ricevere saggi da studenti con voti sufficienti pieni di trattini lunghi e virgole di Oxford, come se avessero appena firmato un contratto con Penguin. Proprio quando la loro scrittura migliorava magicamente, le loro voci cominciavano a confondersi in quello che oggi chiamiamo ‘spazzatura da intelligenza artificiale’“.

Nonostante i primi segnali di appiattimento qualitativo, evidenti già dai primi elaborati dei suoi studenti, Puutio ha deciso di non percorrere la strada del divieto. Al contrario, ha scelto di integrare l’AI in ogni aspetto didattico, definendo “luddismo” la chiusura totale delle istituzioni.

Secondo il professore, la GenZ affronta sfide lavorative senza precedenti e privarli di questi strumenti sarebbe una negligenza: “Quando l’Intelligenza Artificiale prende il sopravvento sul posto di lavoro, non si reagisce fingendo che gli strumenti non esistano. Si reagisce insegnando alle persone come usarli al meglio. Ora chiedo agli studenti di utilizzare l’intelligenza artificiale in ogni compito”.

È basandosi su questi presupposti che l’obiettivo fondamentale del suo corso diventa insegnare un uso responsabile della tecnologia attraverso una mentalità orientata alla crescita personale, senza cadere nella gabbia dell’aspettativa di un buon voto finale.

Il metodo del professore di Harvard

Vada per l’AI nella didattica e nel mondo accademico, ma seguendo delle regole. Il primo passo del suo metodo consiste in un esercizio di onestà intellettuale: il professor Puutio invita gli studenti a riflettere innanzitutto su che tipo di utenti stiano diventando. Sono dei “centauri”, che fondono il proprio lavoro con quello delle macchine, dei “cyborg”, che delegano interamente i processi quotidiani ad agenti digitali, oppure degli “artigiani”, che cercano di preservare quel poco di umanità rimasta?

“La pratica di utilizzare l’Intelligenza Artificiale per la crescita non potrebbe essere più semplice”, spiega, parlando di un percorso che inizia con una fase di ricerca e sintesi. Qui gli studenti utilizzano la capacità dell’AI di connettere idee e individuare falle argomentative. Tanto per fare un esempio semplice, di fronte a testi complessi – che non mancano nei percorsi accademici – gli studenti possono chiedere al software spiegarli l’argomento come se avessero cinque anni, consentendogli così di applicare le intuizioni pur senza un’approfondita capacità tecnica.

Ma questo processo subisce una brusca interruzione nel momento della creazione: la regola numero uno è mettere in pausa l’AI durante la stesura delle argomentazioni. Puutio insiste affinché il pensiero venga catturato nella sua forma più pura, suggerendo persino l’uso di note vocali per fissare le idee, prima che assumano una forma strutturata.

Solo dopo aver ben chiaro l’argomento e la propria tesi l’AI può rientrare in gioco, ma anche qui a una condizione: deve fungere esclusivamente da editor e critico. In questa fase finale, il software identifica lacune, suggerisce letture e aiuta a completare concetti elaborati troppo in fretta, garantendo così che l’argomentazione migliori, senza togliere originalità al pensiero umano.

Il docente pone l’accento su un limite che non dovrebbe mai essere superato: l’assistenza non deve diventare plagio intellettuale. “L’AI non può pensare al posto nostro e, come insegnanti, dobbiamo aiutare gli studenti a resistere a questa tentazione. Riflettendo sui temi che ho ricevuto ora e su quelli di dicembre 2022, la lezione non potrebbe essere più chiara: gli studenti migliori non sono quelli che evitano di usare l’Intelligenza Artificiale, bensì quelli che sanno quando e dove smettere di usarla”, conslude.