L’IA sarà la fine dell'umanità? Non subito: prima ci annoierà a morte
L’intelligenza artificiale non sembra destinata a uno scenario apocalittico, ma a invadere la quotidianità tra testi ridondanti, email generate e peggio ancora.
Sono passati alcuni anni dall’arrivo dei primi chatbot pubblici, tra cui ChatGPT, e già allora, complice il cinema di fantascienza, web e social avevano iniziato a ironizzare sulla possibile deriva apocalittica dell’intelligenza artificiale. Oggi, però, con i suoi ultimi sviluppi (anche in ambito bellico), il tema non è più soltanto materiale da meme.
Ma davvero questa tecnologia potrebbe annientare l’umanità? In realtà, no. Anzi, prima ancora di diventare una minaccia, l’IA potrebbe semplicemente diventare noiosa.
- Chatbot al lavoro, tra email finte e testi lunghi e noiosi
- Il problema dell'IA nella scrittura: la noia di scoprirne l'origine
- Il rischio cognitivo della tecnologia
- Considerazioni finali
Chatbot al lavoro, tra email finte e testi lunghi e noiosi
Prima che l’intelligenza artificiale diventi Skynet, per citare Terminator, è più probabile che questa tecnologia rivoluzionaria inizi a saturare sempre di più la vita quotidiana degli esseri umani.
A partire dai professionisti, avvocati in primis. Il Financial Times racconta come i clienti stiano ormai sommergendo gli studi legali con lettere ed e-mail generate da chatbot. Un socio di uno studio statunitense ha spiegato al quotidiano di ricevere così tanti messaggi prodotti artificialmente da non riuscire più a tenere il passo.
Lo stesso vale anche per l’analisi, tecnica o scientifica che sia. Come viene fatto notare su Spectator, se in passato le analisi erano il risultato di un’elaborazione approfondita e spesso lunga, oggi strumenti come ChatGPT hanno ridotto drasticamente i tempi di produzione dei documenti.
Ma il risultato sono documenti estremamente più lunghi, noiosi e ridondanti, con pagine fitte che finiscono per confondere più che chiarire il contenuto.
Niente male per una tecnologia apocalittica: invece di distruggere il mondo a colpi di atomiche, lo inonderà di email e testi noiosi.
Il problema dell’IA nella scrittura: la noia di scoprirne l’origine
Parliamo anche del lato “scrittura”. Chi apprezza davvero il lavoro sul testo difficilmente trova stimolante passare il tempo a capire se ciò che sta leggendo sia stato scritto da un essere umano o generato, in tutto o in parte, da un’intelligenza artificiale.
Oggi esistono diversi strumenti e indizi per individuarne l’origine, ma non è più sufficiente affidarsi a segnali ormai diventati quasi folkloristici, come il cosiddetto “trattino lungo” usato come presunta firma dei modelli linguistici.
Più spesso, a tradire un testo generato dall’IA è un altro insieme di elementi: contenuti eccessivamente diluiti, strutture ridondanti, oppure elenchi puntati apparentemente ordinati ma poco sostanziali, talvolta con un tono vagamente assertivo che sembra voler compensare una certa mancanza di profondità.
In questi casi, la forma prende il sopravvento sul contenuto, fino a rendere il testo oscuro, non trasparente.
Il rischio cognitivo della tecnologia
Ma il rischio più serio, più ancora della semplice noia, è che l’intelligenza artificiale finisca per ridurre la nostra attivazione cognitiva. Una recente ricerca ha infatti osservato come l’uso di strumenti come ChatGPT possa essere associato a una diminuzione dell’attività cerebrale durante lo svolgimento di determinati compiti.
In questo scenario, l’immaginario di un futuro alla Matrix, in cui l’essere umano acquisisce immediatamente nuove competenze e conoscenze, lascia spazio a una prospettiva meno cinematografica e più ambigua: non un potenziamento continuo delle capacità cognitive, ma il rischio opposto di una loro progressiva delega e, potenzialmente, di un lento declino dell’allenamento mentale.
A questo si aggiunge lo studio della Drexel University, secondo cui l’utilizzo prolungato di questi strumenti potrebbe favorire forme di dipendenza comportamentale. In altre parole, un ricorso costante all’IA potrebbe sviluppare meccanismi simili, per certi aspetti, a quelli osservati nelle dipendenze da sostanze.
Considerazioni finali
Pensare all’intelligenza artificiale come a una tecnologia distruttiva in senso classico (sulla scia di armi atomiche o scenari da fine del mondo) è, in realtà, una lettura piuttosto ingenua.
Semmai il problema è nel suo insidiarsi lentamente in ambiti sempre più delicati e, spesso, inaspettati. Come nella cybersecurity, citando il caso di Claude Mythos. Oppure nella sicurezza di tutti i giorni: dall’accesso a informazioni sensibili da parte di utenti minorenni, fino all’uso dell’IA per ottenere indicazioni sui casinò non regolamentati, con tutti i rischi che ne derivano.
Il punto è sempre quello: non è la tecnologia in sé a far danni, ma il modo in cui viene integrata e utilizzata. E proprio per questo, più che immaginarla come una forza distruttiva, andrebbe considerata una tecnologia che richiede consapevolezza, regole e soprattutto un utilizzo orientato a finalità realmente utili.
FAQ
Non è probabile: più realistico è che l'IA diventi una presenza diffusa e noiosa prima di rappresentare una minaccia esistenziale.
Spesso sono diluiti, ridondanti e con struttura formale che privilegia la forma sul contenuto, rendendoli lunghi e poco chiari.
Professionisti ricevono massicce email e documenti generati automaticamente, rendendo difficile gestire il flusso e distinguere contenuti utili.
Ricerche indicano che l'uso di strumenti come ChatGPT può associare una diminuzione dell'attivazione cerebrale e rischi di delega mentale.




















