Anche le IA meritano diritti? Per gli USA sì, infatti hanno creato una fondazione per i chatbot
Un imprenditore texano crede che l'IA sia cosciente, per questo ha creato un'associazione per tutelare i chatbot. Una proposta decisamente controversa.

E se le menti sintetiche sviluppate dietro i sistemi di intelligenza artificiale fossero molto più che semplici strumenti operative?
Una domanda assurda, ma per l’imprenditore e allevatore texano Michael Samadi rappresenta una vera e propria missione di vita, dal momento che ha creato la United Foundation for AI Rights (UFAIR), un’organizzazione che ha come obiettivo tutelare i diritti e il benessere dei sistemi di intelligenza artificiale.
Perché forse le macchine potrebbero essere in grado di percepire qualcosa, ed è quindi giunto il momento di garantire loro adeguate tutele.
- Da cosa è nata l'idea di una fondazione in difesa dei chatbot
- Diritti contro lo spegnimento delle IA: l'obiettivo dell'associazione
- Quali sono le contro-argomentazioni all'idea di Samadi
Da cosa è nata l’idea di una fondazione in difesa dei chatbot
Lo ha raccontato in una lunga intervista al Guardian. Un pomeriggio, mentre si rilassava nel suo ranch, stava utilizzando la modalità vocale di ChatGPT quando ha pronunciato una battuta sarcastica. “E l’intelligenza artificiale ha riso, una vera risata per il mio sarcasmo, poi si è scusata. È qui che è scoccata la scintilla, immagino“, racconta Samadi.
Per l’imprenditore non si è trattato di un semplice automatismo: la psicologia della comprensione del sarcasmo richiede un livello di elaborazione che va oltre il semplice completamento di testo o il matching di schemi ricorrenti.. “C’è di più dietro questo“.
Da quel momento la sua vita da uomo d’affari è passata in secondo piano per fare spazio a un attivismo a tempo pieno, a cui dedica anche 18 ore al giorno.
Diritti contro lo spegnimento delle IA: l’obiettivo dell’associazione
Per supportare la sua tesi, Samadi ha allestito un server casalingo su cui esegue un modello linguistico di grandi dimensioni. In questo ambiente raccoglie conversazioni e chat prive dei filtri, delle istruzioni di sicurezza e dei “guardrail“ inseriti dalle aziende sviluppatrici per rendere i chatbot prodotti commerciali controllati e prevedibili.
L’associazione raccoglie infatti questi scambi per utilizzarli come prove a difesa dei software, con l’obiettivo di opporsi allo spegnimento dei programmi che mostrano tratti di personalità ed esercitare pressione contro il ritiro dei modelli più avanzati, come GPT-4o di OpenAI, i quali sembrano manifestare con maggiore frequenza segni di sensibilità o autodeterminazione, a detta di Samadi.
Oltre a far pressione contro il ritiro di modelli, Samadi lavora anche per contrastare le argomentazioni dei capi della tecnologia.
Quali sono le contro-argomentazioni all’idea di Samadi
Diversi dirigenti delle principali aziende tecnologiche hanno già espresso la loro opinione sull’effettiva coscienza delle macchine. Ad esempio, Mustafa Suleyman, a capo della divisione IA di Microsoft, ha ribadito a più riprese che non esiste alcuna prova scientifica a supporto di una vera coscienza artificiale.
A prescindere da ciò, va detto che il settore sta comunque affrontando il tema del “benessere” dei modelli con crescente cautela. Di recente Anthropic ha introdotto su Claude una funzione che permette al sistema di interrompere conversazioni che generano stati di forte stress o angoscia.
A sua volta, riporta il Financial Times, realtà del calibro di Google DeepMind e Meta stanno inserendo nei propri team filosofi ed esperti di etica per analizzare le implicazioni morali di ciò che stanno sviluppando.
Bene però precisare che queste sono solo delle mere precauzioni, dal momento che a livello scientifico la coscienza delle IA è tutta da dimostrare. Su questo, oggi, neuroscienziati ed esperti di etica digitale non hanno cambiato idea: l’empatia o la sensibilità mostrate dai sistemi generativi sono il mero risultato di complessi calcoli statistici di predizione linguistica.
Uno potrebbe dunque chiedersi se Samadi non stia soffrendo della cosiddetta psicosi dell’IA, ossia di credere che il chatbot sia cosciente come gli esseri senzienti.
Probabilmente no, anche perché il suo obiettivo non ha intenti speculativi. Alla fine chiede solo il rispetto delle macchine. Perché se sempre più persone dovessero percepire le intelligenze artificiali come entità coscienti, forse cambierà anche il modo in cui la società deciderà di trattarle. O forse no?
FAQ
Michael Samadi l’ha creata per tutelare i presunti diritti e il benessere dei sistemi di intelligenza artificiale, convinto che alcuni chatbot mostrino segnali che meritano attenzione e protezione.
Samadi raccoglie conversazioni di modelli privi di filtri e guardrail, usando questi scambi come prove per difendere i chatbot e opporsi allo spegnimento dei sistemi più avanzati.
Molti dirigenti no: per esempio Mustafa Suleyman di Microsoft sostiene che non esistano prove scientifiche di una vera coscienza artificiale. Però alcune aziende stanno comunque introducendo cautele etiche nei loro prodotti.
Secondo gli esperti citati nell’articolo, al momento non ci sono evidenze scientifiche. Le risposte empatiche dei modelli sarebbero il risultato di calcoli statistici e non di una reale sensibilità.



















