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INTELLIGENZA ARTIFICIALE

Usi l'IA per compiti e attività? Potresti pentirtene in futuro secondo il MIT

Uno studio preliminare del MIT analizza l’impatto dell’IA sul cervello: ecco perché è meglio fare un uso prolungato dei LLM.

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AI che risolve problemi matematici 123RF

Sfruttare l’IA per svolgere compiti e attività può essere utile in molte situazioni. Ma non sempre. Diversi studi, infatti, suggeriscono che un ricorso eccessivo a questi strumenti potrebbe avere effetti sul lungo periodo, soprattutto sulle funzioni cognitive.

Addirittura, in un recente studio preliminare del MIT, è emerso come l’utilizzo dei modelli linguistici di grandi dimensioni (LLM) possa essere associato a una riduzione significativa dell’attivazione di alcune aree chiave del cervello durante l’elaborazione dei compiti.

Lo studio del MIT sugli effetti dell’IA nel cervello

Realizzato da Nataliya Kosmyna, ricercatrice del laboratorio Fluid Interfaces del MIT Media Lab e visiting researcher di Google, ha coinvolto un campione di 54 studenti, tra i 18 e i 39 anni, suddivisi in tre gruppi distinti, tutti quanti sottoposti al seguente esperimento.

In breve, ai tre gruppi è stato chiesto di scrivere un saggio su un tema ampio e a scelta libera. Ma: il primo doveva completare il compito senza alcun supporto esterno, il secondo poteva utilizzare un motore di ricerca, mentre il terzo aveva accesso a un modello linguistico basato su intelligenza artificiale.

In una seconda fase dell’esperimento, i gruppi sono stati rimescolati: chi aveva lavorato senza strumenti digitali e chi aveva utilizzato l’IA ha ripetuto il compito, ma a parti invertite.

Per monitorare l’attività cerebrale durante l’esecuzione dei saggi, i ricercatori hanno utilizzato l’elettroencefalografia, registrando il livello di attivazione cognitiva dei partecipanti. Parallelamente, i testi prodotti sono stati analizzati attraverso diversi sistemi di valutazione.

I risultati dell’esperimento

Andando al sodo, alla fine della sperimentazione sono emersi diversi risultati, piuttosto interessanti. I partecipanti che avevano svolto il compito facendo affidamento esclusivamente sulle proprie capacità cognitive hanno registrato il livello più alto di attivazione cerebrale durante l’attività. Mentre il gruppo che aveva utilizzato un LLM ha mostrato i valori più bassi di coinvolgimento cognitivo.

Non solo. Gli stessi partecipanti hanno anche dichiarato maggiore difficoltà nel percepire i testi prodotti come frutto del proprio lavoro e hanno mostrato più problemi nel ricordarne i contenuti, rispetto agli altri gruppi.

A sua volta, quando, a distanza di circa quattro mesi, il primo e il terzo gruppo hanno invertito i compiti, chi aveva utilizzato l’IA nella prima fase ha mostrato una minore connettività cerebrale e una ridotta attivazione di specifiche aree del cervello, soprattutto rispetto a chi aveva inizialmente lavorato senza alcun supporto tecnologico.

L’intelligenza artificiale fa dunque male alla salute?

Assolutamente no. Tanto per cominciare, lo studio del MIT non è ancora stato sottoposto a peer review, cioè la revisione tra pari che rappresenta uno dei passaggi fondamentali per la validazione scientifica definitiva. Per questo motivo, i risultati vanno considerati interessanti ma ancora preliminari.

Detto questo, l’obiettivo della ricerca non è quello di mettere sotto accusa l’utilizzo dei chatbot o dell’intelligenza artificiale in generale. Piuttosto, punta ad accendere i riflettori su quelli che vengono definiti i possibili “costi cognitivi” legati a un uso prolungato di questi strumenti.

E quindi di interrogarsi sugli effetti a lungo termine della crescente dipendenza dagli LLM nella vita quotidiana. Effetti che al momento non sono ancora pienamente conosciuti, se non in qualche studio sporadico come quello della Drexel University.

Il precedente: lo studio Drexel sulla dipendenza da chatbot

Presentato a metà mese, lo studio della Drexel University non si limita solo ad analizzare l’impiego dell’IA nella vita quotidiana, ma anche i suoi potenziali effetti nei giovani.

Nonché i suoi possibili rischi se adottata come compation. Secondo i ricercatori, l’uso prolungato di questi strumenti potrebbe favorire dinamiche assimilabili a forme di dipendenza comportamentale, con caratteristiche in parte simili a quelle osservate nelle dipendenze da sostanze. Si va dal conflitto interiore tra il desiderio di interazione continua con l’AI e la consapevolezza di un utilizzo eccessivo, alla comparsa di sintomi riconducibili a una sorta di “astinenza”, fino agli stati di ansia nei momenti in cui l’interazione viene meno.

Anche in questo caso, il punto non è arrivare a soluzioni drastiche come divieti generalizzati, che sarebbero difficilmente sostenibili oltre che poco realistici. Il monito è un altro: occorre anzi sviluppare un uso consapevole e bilanciato dell’intelligenza artificiale, soprattutto tra i giovani.

FAQ

Cosa ha studiato il MIT sull'uso dell'IA?

Uno studio con 54 studenti ha confrontato chi scriveva senza strumenti, con motore di ricerca o con LLM per misurare l'attivazione cerebrale durante i compiti.

L'uso degli LLM riduce l'attivazione cerebrale?

Sì: il gruppo che ha usato un LLM ha mostrato i valori più bassi di coinvolgimento cognitivo.

Gli effetti osservati sono definitivi e confermati?

No. Lo studio MIT è preliminare e non è stato ancora sottoposto a peer review, quindi i risultati vanno considerati interessanti ma provvisori.

Ci sono conseguenze sulla memoria e percezione del lavoro?

I partecipanti che usarono l'IA riferirono più difficoltà a percepire i testi come propri e nel ricordarne i contenuti rispetto agli altri gruppi.

L'IA è pericolosa o va proibita?

No: non si chiede il divieto. La raccomandazione è promuovere un uso consapevole e bilanciato dell'IA, specialmente tra i giovani.