Hackeravano i profili Instagram con Meta AI: ecco quanti danni si potevano fare con pochi comandi
Un bug in Meta AI avrebbe permesso agli hacker di compromettere diversi account Instagram (anche istituzionali) solo con alcune interazioni.

Basta ormai davvero poco per trasformare un qualsiasi chatbot da semplice strumento utile per lavoro, casa e intrattenimento in una potenziale arma cyber. Anche Meta AI, non a caso alcuni hacker sono riusciti a sfruttarlo per hackerare diversi account e profili Instagram, anche appartenenti a personalità pubbliche di rilievo.
Se non altro, il colosso tech di Menlo Park è riuscito a sistemare questa “falla”, anche perché i danni che si potevano generare con questo bug sarebbero stati incalcolabili.
- Hackerare i profili Instagram con Meta AI: il bug che ha scatenato il web
- Come hanno sfruttato il chatbot per violare gli account
- I danni che ha causato (e che avrebbe potuto causare)
Hackerare i profili Instagram con Meta AI: il bug che ha scatenato il web
Il caso in questione è particolarmente imbarazzante per Meta, visto che negli ultimi anni ha investito in modo massiccio sulla sua intelligenza artificiale, addirittura dotandola di nuove funzioni tra cui l’assistenza tecnica.
Introdotta a marzo e presentata come un vantaggio anche per la sicurezza, questa soluzione permetterebbe all’IA di accorgersi dei tentativi di violazione, come accessi da posizioni insolite, cambi di password o modifiche del profilo.
E invece stavolta è stata ingannata. Secondo le ricostruzioni diffuse da ricercatori e account specializzati come ZachXBT e Dark Web Informer, diversi hacker sarebbero riusciti a prendere il controllo di account Instagram semplicemente interagendo con l’assistente virtuale e inducendolo a modificare alcune informazioni sensibili legate all’accesso.
In pratica l’hanno ingannato, e nemmeno con chissà quale metodo intricato.
Come hanno sfruttato il chatbot per violare gli account
Innanzitutto gli hacker hanno mascherato la posizione geografica del proprio dispositivo utilizzato tramite una VPN: l’hanno impostata sulla località del reale proprietario dell’account preso di mira. Così hanno potuto ridurre i sospetti del sistema.
E nel caso in cui il chatbot avesse richiesto una verifica visiva dell’identità, gli attaccanti avrebbero potuto utilizzare una foto del profilo originale, modificandola con adeguati strumenti AI. In questo modo, oltre alla geolocalizzazione, hanno reso difficile pure il riconoscimento della falsificazione.
A quel punto, secondo le ricostruzioni, sarebbe bastato chiedere al chatbot di associare un nuovo indirizzo email al profilo e successivamente richiedere l’invio di un codice di recupero su quella casella. Una volta completata la procedura, avrebbero avuto così il controllo completo dell’account, con la possibilità di modificarne contenuti e impostazioni.
I danni che ha causato (e che avrebbe potuto causare)
Di danni ne ha fatti, ma per lo più sul lato social/mediatico. Tra gli account coinvolti figurerebbero comunque profili di grande visibilità, inclusi account collegati alla U.S. Space Force e al brand di cosmetica Sephora. Tra però quelli più “alti” c’è nientemeno che il profilo della Casa Bianca, quello relativo alla presidenza di Barack Obama: un profilo istituzionale al 100%, anche se inutilizzato dal 2017.
Per quanto riguarda il contenuto pubblicato, gli account hackerati sarebbero stati utilizzati per pubblicare contenuti propagandistici. O direttamente sottratti per rivenderne il nome utente sul mercato nero.
Per il momento non si segnalano altri danni. Tra l’altro Meta ha dichiarato di aver risolto la vulnerabilità, quindi il problema si può considerare come risolto.
Ciò non toglie che la vicenda è assurda: è bastata infatti una serie di interazioni con un chatbot per ottenere l’accesso a profili istituzionali, senza l’utilizzo di malware, phishing o intrusioni nei sistemi interni dell’azienda.
Ed è un bel rischio. Con l’evoluzione delle intelligenze artificiali e l’estensione delle loro funzionalità (anche in ambito cyber come nel caso di Claude Mythos), cresce infatti la superficie d’attacco potenziale. Ogni nuova capacità concessa a questi sistemi può infatti tradursi, in caso di errore, in un punto di vulnerabilità sfruttabile.
Un malfunzionamento in un chatbot che genera risposte errate può restare un semplice inconveniente. Ma quando lo stesso sistema può modificare password o gestire accessi, il rischio diventa quello di una compromissione su larga scala: oggi social di aziende o figure istituzionali, ma domani?
FAQ
Gli hacker hanno ingannato il chatbot chiedendo di associare una nuova email e poi richiedere il codice di recupero, ottenendo così il controllo dell'account.
Sono stati presi di mira profili di alto profilo, tra cui account legati a istituzioni, brand noti e profili pubblici influenti.
Meta ha dichiarato di aver sistemato la vulnerabilità, quindi al momento il bug è considerato risolto.

















