Questi sono gli ultimi anni in cui vedere il Gran Lago Salato nello Utah, ed è colpa nostra
Il Gran Lago Salato non è solo un'attrazione naturale, essendo importante anche per l'economia dello Utah e non solo: perché sta scomparendo?

Un gigante ferito che si sta rimpicciolendo a vista d’occhio sotto i colpi del cambiamento climatico e, soprattutto, dell’attività umana. Il Gran Lago Salato nello Utah (Great Salt Lake, in inglese), il più grande lago salato del Nord America, sta scomparendo e, se non si interverrà con misure drastiche e immediate, le prossime generazioni potrebbero non riuscire a vederlo.
Un ecosistema al collasso
È un’affermazione forte, a ben pensarci. Purtroppo, però, corrisponde a una realtà che negli ultimi anni è via via peggiorata, costringendo gli esperti a parlare in termini tanto drammatici. Lo ricorda National Geographic in un interessante articolo che analizza i dati raccolti dagli esperti.
Dal 1850 a oggi, il Gran Lago Salato ha perso circa il 73% del suo volume d’acqua e il 60% della sua superficie complessiva. Attualmente, il livello dell’acqua si attesta a circa 1.277 metri sopra il livello del mare, circa 6 metri in meno rispetto al forte incremento stagionale dovuto a El Niño, seguito dal picco raggiunto tre anni dopo.
Il lago perde ogni anno oltre 2,4 miliardi di metri cubi d’acqua e, poiché si tratta di un bacino estremamente ampio ma poco profondo, il tasso di evaporazione naturale è altissimo. Trattandosi inoltre di un bacino “terminale” (o endoreico), l’acqua non ha vie di uscita verso fiumi e oceani, dunque quando evapora lascia dietro di sé solo sale e sedimenti.
La storia del Gran Lago Salato, in breve
Nato decine di milioni di anni fa a causa dello stiramento della crosta terrestre nel Gran Bacino, il Gran Lago Salato è ilresiduo geologico e idrologico del Lago Bonneville, un immenso bacino di acqua dolce che 30.000 anni fa rivaleggiava per dimensioni con l’attuale Lago Michigan. Con la fine dell’Era Glaciale (circa 16.000 anni fa), le temperature globali iniziarono a salire, riducendo progressivamente il bacino e aumentandone la salinità.
“Il Gran Lago Salato non è mai esistito senza l’uomo”, spiega Bonnie Baxter, biologa presso l’Università di Westminster. Le comunità indigene (Shoshone, Ute, Goshute e Paiute) lo hanno curato e preservato per millenni. Il vero punto di rottura è iniziato a metà del XIX secolo con l’arrivo dei pionieri mormoni, che iniziarono a deviare piccoli corsi d’acqua come il City Creek, e nel corso del XX secolo, quando lo Stato e il governo federale hanno sistematicamente deviato i principali fiumi tramite grandi dighe e canali artificiali.
A questo si è aggiunto un disastro ingegneristico nel 1959: la costruzione di un rilevato ferroviario in terra e roccia ha diviso il lago in due. Isolato dai fiumi di acqua dolce, il braccio settentrionale è diventato un ambiente ipersalino, dove sopravvivono solo archei, batteri e l’alga verde Dunaliella salina, che tinge l’acqua di un suggestivo colore rosa.
L’impatto dell’uomo
Sebbene la regione del sud-ovest degli Stati Uniti stia attraversando una mega-siccità che dura da oltre 20 anni, ritenuta la peggiore da almeno 1.200 anni, il vero colpevole di questa situazione è l’uomo. L’impatto antropico resta la prima causa di fenomeni di tale portata e, in particolare, ci sono dei fattori che hanno contribuito e stanno contribuendo alla scomparsa del lago.
Possiamo menzionare in primo luogo la deviazione dei corsi d’acqua: l’acqua dei fiumi immissari viene sottratta prima di raggiungere il lago per soddisfare le esigenze di una popolazione in fortissima crescita (l’80% degli abitanti dello Utah vive in questo bacino idrografico).
In secondo luogo, a influire è l’agricoltura intensiva. La stragrande maggioranza dell’acqua dolce sottratta ai fiumi immissari viene utilizzata per irrigare colture intensive in zone fondamentalmente aride. Infine, il riscaldamento globale fa sì che il manto nevoso si infiltri prima nel terreno montano, riducendo drasticamente il deflusso d’acqua verso i fiumi che alimentano il bacino.
Le conseguenze
Va da sé che qui non abbiamo a che fare con un “semplice” danno paesaggistico. Qui si parla di un fenomeno che porta con sé un bagaglio di potenziali conseguenze negative sia sull’economia che sulla salute pubblica.
Gli esperti mettono in guardia dalle tempeste di polvere tossica, tanto per cominciare. Poiché il fondale esposto al vento accumula da decenni scarichi industriali e agricoli, le tempeste sollevano polveri contenenti arsenico, piombo e rame, esponendo la popolazione a malattie respiratorie, deficit cognitivi, danni cardiovascolari e tumori.
Sotto l’aspetto economico, il lago contribuisce al PIL dello Utah con 1,3 miliardi di dollari all’anno e produce dal 40 al 50% delle uova di artemia salina mondiali, pilastro fondamentale per l’industria globale dell’acquacoltura (il cibo per pesci e gamberi d’allevamento, in sostanza). L’innalzamento della salinità oltre il 16% nel braccio meridionale sta bloccando la riproduzione di questi organismi.
Inoltre, il lago è lo snodo più importante della rotta migratoria del Pacifico, dall’Alaska alla Patagonia, e ospita oltre 10 milioni di individui di circa 330-350 specie diverse. Alcune specie minacciate e altamente dipendenti, come il Falaropo di Wilson e lo Svasso piccolo, purtroppo, rischiano di estinguersi col collasso di questo ecosistema.




















