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Google potenzia Gemini: alert suicidio e contatto diretto con i soccorsi

Ora l'AI può evitare i suicidi, ecco il nuovo aggiornamento di Google Gemini: come funziona l'alert e perché è una strategia giudiziaria vincente

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App Gemini su smartphone iStock

Google ha annunciato delle nuove funzioni di Gemini decisamente interessanti. Quel tipo di aggiornamento destinato a far parlare, perché è decisamente pratico e utile. Una sorta di svolta per il sociale, tendendo la mano alle persone più fragili.

Sappiamo che il mondo digitale rappresenta un rifugio per tantissimi. Spesso lo si preferisce a quello reale. In situazioni del genere, l’AI può diventare un confidente, accogliendo tutte le riflessioni come se fosse un diario o, per alcuni, un amico fidato. Ecco, in situazioni al limite, Gemini sarà in grado di “rendersi conto” che esiste un rischio suicidio e, dunque, indicherà come chiedere facilmente aiuto.

Un testo per i soccorsi

La mossa di Google è considerata da alcuni preventiva. Parliamoci chiaro, in tutto il mondo si discute ormai da un po’ dell’impatto dei chatbot. Gli utenti ritengono d’avere dinanzi una finestra privata, con una sorta di assistente digitale personale. La verità però è diversa: si parla con un’azienda, per quanto indirettamente. Fornire informazioni personali equivale a migliorare la propria scheda cliente.

Detto ciò, alcuni prendono come oro colato ogni risposta. Parliamo soprattutto di soggetti fragili, che hanno raggiunto una fase della vita in cui non sembra esserci una strada sicura da intraprendere. Quando ci si sente bloccati, si è spesso disposti ad accogliere i consigli di chiunque, anche quelli di una macchina.

Abbiamo così iniziato a sentir parlare delle prime cause mosse alle grandi aziende, il che porta ad analizzare gli effetti sulla popolazione di questa svolta tecnologica. Sotto questo aspetto, il testo alert anti suicidio è una mossa aziendale ottima da parte di Google.

Quando Gemini riconosce dei segnali di una potenziale crisi all’orizzonte, che sia legata al suicidio o all’autolesionismo, mostra all’utente un’interfaccia nuova. Parliamo di una schermata semplificata, che non richiede altro che una singola scelta: cliccare o meno per mettersi in contatto con delle linee d’assistenza in casi di crisi.

Alla fine dei conti la decisione è della persona, certo, ma quando tutto appare nero questa finestra potrebbe rappresentare una minima luce di speranza.

Come funziona il salvavita di Gemini

Questa funzione di Gemini si chiama “Help is available”. Un’idea nata in ambito tecnologico, certo, ma sviluppata con al fianco degli esperti clinici. Ciò per fare in modo di approcciarsi nel modo più giusto a delle persone giunte al limite.

Scendiamo nel dettaglio e capiamo come funziona. Attraverso la finestra che appare, puoi contattare un professionista. Quest’interfaccia non sparisce per tutta la durata della conversazione, dunque è sempre possibile cambiare idea, riflettere e chiedere aiuto.

Questo è un passo importante, ma non l’unico da parte di Google, che ha annunciato la donazione di 30 milioni di dollari a sostegno delle linee di crisi nel mondo (nell’arco di tre anni). Un contributo concreto, dunque, che si aggiunge al lavoro d’addestramento effettuato su Gemini. L’assistente AI, infatti, ora è più abile nel non confermare o rafforzare quelle che sono evidenti credenze false (in campo medico e non solo).

Problemi legali

Quando si parla dei rischi dell’intelligenza artificiale, si pensa immediatamente ai minori. I più giovani, cresciuti in un mondo tecnologico, sono più abili a utilizzare gli strumenti ma, per assurdo, sono quelli meno capaci di rendersi conto dei rischi nascosti nel web.

Google ha apportato numerose modifiche a Gemini, che non può infatti comportarsi come un compagno affettivi. In nessun modo, dunque, l’AI può tentare di sostituire una figura umana per i più giovani, ovvero un amico. Gli è anche vietato di affermare d’essere umano o di possedere qualsiasi attributo del genere. Tutto per evitare ogni rischio di una dipendenza emotiva.

Funzioni che arrivano in una fase delicata, come detto. La pressione legale per le “big tech” è senza precedenti. Proprio Google si ritrova in causa con la famiglia di un uomo di 36 anni morto in Florida. I suoi cari sostengono che l’uso del chatbot avrebbe contribuito all’avvio di una spirale depressiva, conclusasi con il suicidio.