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Giacarta, la capitale che sta affondando: cosa sta accelerando il disastro

Giacarta sta sprofondando a causa della subsidenza del suolo: estrazione di acqua, geologia fragile e urbanizzazione spiegano perché il processo sta accelerando

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Giacarta 123rf

A inizio dicembre Giacarta è diventata la megalopoli più popolosa del mondo, superando persino Tokyo, dopo aver raggiunto un totale di quasi 42 milioni di abitanti, secondo la stima della divisione popolazione del Dipartimento degli Affari economici e sociali delle Nazioni Unite. Niente di strano, si potrebbe dire, se non fosse che la città sta affondando.

Ebbene sì, la capitale dell’Indonesia continua a crescere, ma lo fa sopra un terreno che si muove in direzione opposta. Non è un’immagine simbolica né un’esagerazione narrativa: è una trasformazione fisica, misurabile, che avanza lentamente e in modo diseguale sotto strade, edifici e quartieri densamente abitati.

La situazione a Giacarta

C’è subito da precisare che il dato più destabilizzante non è quanto velocemente il suolo si abbassa, ma il fatto che questo processo sia già in atto da anni, osservato, monitorato, confermato da strumenti scientifici diversi. La domanda, a questo punto, non riguarda più se il fenomeno esista, ma cosa stia contribuendo ad accelerarlo e perché il margine di intervento sembri ridursi.

Volendo essere ancor più precisi, l’affondamento di Giacarta è stato rilevato attraverso una combinazione di misure dirette a terra e osservazioni satellitari, utilizzate in modo sistematico a partire dagli anni Duemila. Le prime evidenze arrivano da reti di livellazione geodetica e da stazioni GPS permanenti, che hanno mostrato variazioni verticali anomale in diverse aree urbane.

A questi dati si sono affiancate le analisi InSAR, una tecnica radar satellitare che consente di misurare deformazioni del suolo su grandi superfici confrontando immagini acquisite in momenti diversi. L’incrocio tra dati satellitari e misure a terra ha permesso di chiarire un aspetto decisivo: l’affondamento non segue un ritmo costante né coinvolge tutta l’area urbana allo stesso modo.

Analisi basate su immagini radar hanno evidenziato zone con tassi di subsidenza molto più elevati rispetto alla media, mentre altre aree mostrano movimenti più contenuti o temporaneamente stabili. Questa frammentazione spaziale ha reso possibile distinguere i processi di fondo, legati alla struttura geologica e all’evoluzione naturale dei sedimenti, da quelli accelerati da fattori locali, aprendo la strada a interpretazioni più precise delle cause fisiche del fenomeno.

Perché Giacarta sta affondando?

Il fattore più incisivo è l’estrazione massiccia di acqua dalle falde sotterranee. In molte zone urbane l’approvvigionamento idrico non è garantito da una rete pubblica continua, e famiglie, industrie e attività commerciali ricorrono a pozzi profondi. Quando l’acqua viene pompata, la pressione che sostiene i granuli di sedimenti diminuisce; gli strati più fini, soprattutto argille e limi, si compattano e perdono volume.

Ma non solo: a rendere il fenomeno particolarmente rapido interviene la natura del sottosuolo. Giacarta sorge su un’area deltizia composta da sedimenti alluvionali relativamente giovani, deposti nel tempo dai fiumi e dal mare. Questi materiali sono poco consolidati e rispondono in modo sensibile alle variazioni di carico e di pressione interstiziale.

Inoltre, un ulteriore elemento di accelerazione è legato alla trasformazione urbana. L’espansione della città ha comportato un aumento del peso esercitato sul suolo da edifici, infrastrutture e opere di riempimento, soprattutto nelle aree costiere settentrionali. Questo carico aggiuntivo agisce su sedimenti già indeboliti dall’estrazione di acqua e contribuisce a una deformazione più rapida.

Infine, a tutte queste dinamiche si somma l’innalzamento del livello del mare, che non causa direttamente l’abbassamento del terreno ma riduce la quota relativa tra suolo e acqua, aumentando la frequenza e la gravità delle inondazioni. Il risultato è un sistema sempre più stressato, in cui processi naturali e pressioni antropiche si rafforzano a vicenda.

Il processo è reversibile?

Adesso, andiamo alla domanda più complessa: si può tornare indietro? Teoricamente è possibile ridurre la velocità dell’affondamento, ma recuperare il terreno perso lo è solo in misura molto limitata. Gli studi sulla subsidenza indicano che, quando la compattazione coinvolge sedimenti fini come argille e limi, la deformazione diventa in larga parte permanente: anche se il pompaggio viene ridotto, i pori collassati non tornano allo stato originario.

Questo punto è centrale nella letteratura idrogeologica, che distingue tra abbassamenti elastici, potenzialmente reversibili, e abbassamenti inelastici, che non lo sono. Nel caso di Giacarta, i dati disponibili suggeriscono che entrambe le componenti siano presenti, ma che quella irreversibile abbia già un peso significativo in alcune aree.

Interventi sul sistema idrico, come l’estensione della rete di acqua potabile e la limitazione dei pozzi profondi, possono rallentare il processo e ridurre i rischi futuri, ma agiscono soprattutto sul tempo, non sul passato. È per questo che la subsidenza viene oggi letta come un indicatore anticipatore di vulnerabilità urbana: una volta superate certe soglie fisiche, la gestione si sposta dalla prevenzione alla convivenza con un assetto del territorio ormai modificato.