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Perché i pinguini rischiano di morire di fame: cosa sta succedendo nei mari

La scarsità di cibo, dovuta alla pesca intensiva e al cambiamento climatico, sta ponendo i pinguini in serio rischio estinzione

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Cuccioli di pinguini 123RF

Al largo del Sudafrica e della Namibia si sta consumando una vera e propria tragedia ecologica. Il tutto ben documentato da uno studio dell’Università di Exeter e del Dipartimento sudafricano per Foreste, Pesca e Ambiente. Un lavoro pubblicato sulla rivista Ostrich: Journal of African Ornithology.

Meno sardine nell’oceano significa pinguini che muoiono di fame. Una relazione tanto semplice quanto brutale. Migliaia di esemplari africani sono morti per inanizione, vittime di un ecosistema ormai stravolto da pesca eccessiva e cambiamento climatico.

Numeri da estinzione

I dati sono a dir poco impressionanti: le due principali colonie riproduttive, Dassen Island e Robben Island, hanno visto il 95% degli individui riprodotti nel 2004 sparire nei successivi 8 anni.

Una perdita che non si è arrestata da allora. Si parla di un crollo globale della popolazione di quasi l’80% nell’arco di appena 30 anni. Il pinguino africano è stato infatti classificato come “in pericolo critico”.

Ma non si tratta solo di numeri. Intere colonie hanno smesso di tornare nei siti storici, segno che qualcosa si è spezzato nel delicato meccanismo che lega questi animali al mare.

La muta: quando il digiuno diventa fatale

È importante comprendere la biologia dei pinguini africani, così da capire perché la scarsità di sardine sai tanto devastante. Una volta all’anno affrontano la muta: per circa tre settimane perdono il piumaggio impermeabile e non possono entrare in acqua. In questo periodo sono costretti a restare a terra, senza cacciare, vivendo esclusivamente delle riserve di grasso accumulate in precedenza.

Una strategia evolutiva che ha senso soltanto in un caso: presenza abbondante di cibo prima e immediatamente dopo la muta. Di fatto la loro evoluzione li ha spinto a ingrassare e poi digiunare. Questa è la pratica che oggi li pone in enorme pericolo. Quando le prede scarseggiano, il margine di sopravvivenza viene eroso drammaticamente. Gli adulti arrivano alla muta sottopeso e non riescono a superare il digiuno forzato.

Fermare la pesca per salvare l’ecosistema

Analizzando i dati dal 1995 al 2015, lo studio mostra una correlazione netta tra sopravvivenza dei pinguini e disponibilità delle prede. Lungo la costa occidentale sudafricana lo stock di sardine è crollato vertiginosamente tra il 2004 e il 2011. Di fatto è rimasto sempre sotto il 25% dell’abbondanza massima.

Si stima una perdita di oltre 62mila individui riproduttivi e alla base c’è una “tempesta perfetta”. Ciò vuol dire che, purtroppo, si incastrano alla perfezione differenti elementi che contribuiscono a questo devastante effetto.

Da un lato, il cambiamento climatico ha alterato temperatura e salinità dell’acqua, rendendo meno produttive le tradizionali aree di deposizione delle uova delle sardine. Dall’altro, invece, la pesca industriale ha continuato a esercitare una pressione elevatissima proprio nelle zone dove la risorsa stava già diminuendo. In termini statistici, sono stati raggiunti tassi di sfruttamento superiori al 20% e picchi estremi.

Non tutto però è perduto. I ricercatori indicano la via:

  • gestione più prudente della pesca;
  • interventi di conservazione mirati.

In Sudafrica, ad esempio, è stata vietata la pesca commerciale con reti a circuizione attorno alle principali colonie riproduttive, per garantire ai pinguini un accesso minimo alle prede nei momenti più critici.

Ridurre lo sfruttamento delle sardine quando gli stock scendono sotto soglie di sicurezza potrebbe permettere una lenta ripresa. La storia dei pinguini africani, però, va oltre una singola specie: è un monito su quanto gli ecosistemi marini siano interconnessi.