Riscaldamento globale ed El Niño: nei coralli mille anni di storia del clima
L'analisi dei fossili di corallo dimostra che le oscillazioni di El Niño negli ultimi decenni sono state più intense rispetto al passato a causa delle attività umane.

- L'analisi dei coralli fossili delle Galápagos mostra che El Niño è diventato molto più intenso negli ultimi decenni, segnalando l'impatto diretto del riscaldamento globale sugli oceani.
- Lo studio dell'Università del Michigan ha ricostruito mille anni di oscillazioni termiche grazie alla chimica del carbonato di calcio nei coralli, superando i limiti delle misurazioni recenti e dei modelli matematici.
- I dati indicano un aumento della forza degli eventi del 36% tra il 1990 e il 2010 rispetto all'era preindustriale, mentre il degrado delle scogliere accelera con sbiancamenti più frequenti e una perdita globale del 9,5%.
L’analisi chimica dei coralli fossili alle isole Galápagos dimostra che le oscillazioni termiche di El Niño negli ultimi decenni sono diventate nettamente più intense rispetto ai secoli passati, confermando l’influenza diretta esercitata dal riscaldamento globale di origine antropica sulle dinamiche oceaniche.
- Un archivio naturale nascosto negli oceani
- La chimica del carbonato di calcio e i segnali isotopici
- I numeri dell'aumento di intensità
- Il degrado degli ecosistemi marini
Un archivio naturale nascosto negli oceani
Comprendere se l’aumento delle temperature globali influenzi la frequenza e la violenza dei fenomeni climatici stagionali rappresenta una delle sfide più complesse per la meteorologia moderna.
I modelli matematici tradizionali faticano a delineare con certezza l’impatto dei gas serra su masse d’acqua e d’aria di tali dimensioni, anche perché le misurazioni satellitari e le rilevazioni dirette coprono soltanto una finestra temporale ridotta, avviata negli anni Ottanta del secolo scorso.
Per superare i limiti delle simulazioni informatiche, un team di ricerca dell’Università del Michigan guidato da Julia Cole ha identificato una banca dati del tutto inaspettata: le barriere coralline.
Analizzando lo scheletro calcareo dei coralli vivi e dei reperti fossili raccolti nell’arcipelago ecuadoriano nell’arco di vent’anni, i ricercatori sono riusciti a ricostruire le variazioni termiche del Pacifico australe coprendo uno storico di circa mille anni.
La chimica del carbonato di calcio e i segnali isotopici
Il meccanismo di misurazione biologica funziona in modo analogo allo studio degli anelli di accrescimento degli alberi.
Durante il loro sviluppo, le colonie fissano il carbonato di calcio presente nell’acqua marina creando stratificazioni annuali sovrapposte. All’interno di questi strati rimangono intrappolate precise impronte chimiche dell’ambiente circostante.
In particolare, il rapporto tra gli elementi varia a seconda della temperatura superficiale e dell’intensità delle precipitazioni. Nelle fasi caratterizzate da acque particolarmente calde, la quantità di stronzio incorporata nella struttura minerale diminuisce.
Allo stesso tempo, si altera la proporzione tra le molecole di ossigeno pesante e ossigeno leggero: il secondo si concentra maggiormente nelle fasi di forte riscaldamento dell’acqua e durante i rovesci piovosi intensi, tipici del passaggio delle correnti calde. Incrociando questi indicatori, la scienza ha ottenuto una cronologia fedele delle fluttuazioni termiche passate.
I numeri dell’aumento di intensità
Il confronto tra il registro millenario e gli eventi registrati in epoca recente ha mostrato un trend inequivocabile.
Nell’intervallo compreso tra il 1990 e il 2010, la forza dei fenomeni atmosferici è risultata superiore del 36% rispetto alla media misurata nel millennio antecedente la rivoluzione industriale del 1850.
Se si considera invece il periodo compreso tra il 1851 e il 1982, l’incremento di potenza rilevato si attesta intorno al 16%.
I dati confermano i risultati di indagini precedenti basate sugli isotopi dell’ossigeno, che già nel 2019 avevano stimato una crescita dell’intensità pari al 25%.
Le evidenze empiriche raccolte sul campo forniscono quindi un supporto essenziale alle valutazioni dell’Intergovernmental Panel on Climate Change, i cui report internazionali stanno progressivamente integrando l’influenza umana tra i fattori scatenanti delle anomalie del Pacifico.
Il degrado degli ecosistemi marini
Se da un lato questi organismi offrono informazioni insostituibili per decifrare la storia del pianeta, dall’altro figurano tra le strutture biologiche più vulnerabili di fronte al cambiamento in atto.
I monitoraggi ambientali indicano che la copertura delle scogliere su scala globale si è ridotta del 9,5% tra il 2020 e il 2024, a causa di un aumento medio della temperatura dell’acqua di 0,8°C rilevato a partire dal 1985.
Le frequenti ondate di calore interrompono la simbiosi mutualistica tra i polipi calcarei e le alghe microscopiche che ne garantiscono il nutrimento e la pigmentazione, innescando il fenomeno dello sbiancamento.
Con tempi di ritorno delle anomalie termiche passati da dieci a soli cinque anni, la capacità di rigenerazione naturale si riduce drammaticamente, minacciando la sopravvivenza di ambienti naturali che ospitano circa un quarto della biodiversità marina complessiva.



















