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Colloqui di lavoro e sicurezza: così la call si trasforma in una verifica anti-spia

Durante un colloquio viene fatta una richiesta inattesa per testare il candidato: il caso virale apre un tema sulla sicurezza nelle assunzioni

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Colloqui anti-infiltrati 123RF

Si sta facendo un gran parlare, nelle ultime settimane, di come un colloquio di lavoro possa essere usato anche per verificare chi si ha davvero davanti, andando oltre curriculum e risposte preparate. A scatenare il dibattito è un video diventato virale, girato in Asia, che ha come protagonista un candidato per un’azienda cinese.

Fin qui niente di strano, se non fosse che nel corso della call al candidato in questione è stata fatta una richiesta inattesa, pensata per osservare esitazioni e coerenza. Come mai? Per verificare che l’aspirante lavoratore non fosse in realtà una spia della Corea del Nord.

Il caso diventato virale

Precisamente, il video mostra un colloquio di lavoro svolto in videochiamata tra un candidato e un intervistatore, in un contesto apparentemente ordinario. La conversazione procede senza particolari anomalie fino a quando l’intervistatore introduce una richiesta che esula completamente dalle competenze tecniche: al candidato viene chiesto di pronunciare una frase specifica: un’espressione offensiva rivolta al leader nordcoreano Kim Jong-un.

La tattica è facilmente intuibile: chi lavora sotto vincoli o controlli, o teme conseguenze legate a ciò che dice, potrebbe esitare, rifiutarsi o mostrare segnali di disagio. Ed è proprio ciò che accade nel video, dove la risposta non solo non arriva in modo immediato e lineare, ma addirittura porta il candidato a interrompere la videochiamata.

Azioni operative anti-spia

Come riporta TechCrunch (ma anche come si può leggere su Reddit, dove il dibattito è ancora caldissimo) il colloquio fa parte di una serie di strategie adottate da alcune aziende per intercettare tentativi di infiltrazione attraverso falsi lavoratori IT.

Negli ultimi anni, diversi gruppi legati alla Corea del Nord sono stati associati a operazioni di questo tipo, con l’obiettivo di ottenere accesso a sistemi aziendali e generare entrate aggirando le sanzioni internazionali. Le selezioni con domande accuratamente pensate e poste all’improvviso ma anche con naturalezza diventano un primo filtro operativo.

Oltre alle domande, le aziende possono anche introdurre controlli sull’identità in tempo reale, proprio per capire se il candidato stia operando in autonomia oppure sotto supervisione. Attualmente non si tratta di procedure standardizzate, ma di accorgimenti che nascono dall’esperienza diretta e dalla necessità di ridurre i rischi.

Perché sono operazioni necessarie?

Come mai tutte queste azioni di smascheramento sono così necessarie? Il rischio principale riguarda l’accesso alle informazioni: un profilo falso che supera la selezione può entrare nei sistemi aziendali con credenziali legittime, muovendosi senza attirare subito sospetti. A quel punto diventa possibile consultare dati interni, intervenire sul codice, manipolare informazioni o aprire canali verso l’esterno, con conseguenze enormi.

Per questo motivo le aziende stanno affiancando ai colloqui una serie di verifiche più strutturate: tra queste rientrano controlli sull’identità in più fasi, analisi dei comportamenti durante le call, verifiche sui dispositivi utilizzati e richieste di attività in tempo reale che rendano difficile l’intermediazione o il supporto esterno. In alcuni casi vengono coinvolti anche team di sicurezza informatica già nelle prime fasi di selezione.

A queste misure si aggiungono procedure interne più rigide una volta avvenuta l’assunzione: accessi limitati ai sistemi, monitoraggio delle attività e segmentazione dei dati, così da ridurre l’impatto di eventuali anomalie. L’attenzione si sposta quindi su tutto il ciclo, dalla selezione iniziale alla gestione operativa, con l’obiettivo di individuare segnali che possano indicare comportamenti non coerenti.