Libero
TECH NEWS

Instagram e YouTube possono creare intenzionalmente dipendenza? Lo storico processo in corso

Instagram, quindi Meta, e YouTube sarebbero piattaforme progettate per creare dipendenza da social media: ecco cosa sta succedendo in un tribunale di Los Angeles.

Pubblicato:

Dipendenza da social media 123RF

Un’aula di tribunale, due colossi tecnologici e una domanda che riguarda milioni di famiglie: i social sono solo strumenti o macchine progettate per tenerci incollati? Il processo avviato a Los Angeles contro Meta e YouTube ha riportato al centro una questione che da anni divide genitori, esperti e aziende.

Un processo che potrebbe cambiare il rapporto tra tecnologia e utenti

A Los Angeles è iniziato uno dei procedimenti più importanti mai intentati contro i giganti dei social. Una giovane donna, oggi ventenne, ha citato in giudizio Meta e YouTube sostenendo che alcune funzioni delle piattaforme abbiano contribuito in modo diretto ai suoi problemi di salute mentale. È il primo di oltre 1.500 casi simili che potrebbero arrivare davanti a una giuria.

Secondo i suoi legali, non si tratta di semplici “effetti collaterali” derivanti dall’utilizzo delle piattaforme, ma di un modello progettato per creare una vera e propria dipendenza da social media. L’accusa è chiara: Instagram e YouTube sarebbero stati pensati per trattenere l’utente il più a lungo possibile, sfruttando meccanismi psicologici noti.

Le aziende respingono le accuse e parlano di responsabilità familiari, contesti difficili e uso scorretto degli strumenti. Il verdetto, però, potrebbe avere un impatto che va ben oltre il singolo caso.

“Casinò digitali”: come funzionerebbe il meccanismo della dipendenza

Durante le prime udienze, gli avvocati della parte civile hanno descritto i social come “casinò digitali”. Il paragone non è casuale: lo scroll infinito, l’autoplay e i like funzionerebbero come micro-ricompense, capaci di stimolare il rilascio di dopamina.

Documenti interni mostrati in aula indicano che già dieci anni fa alcune strategie miravano ad attirare gli utenti sempre più giovani. Secondo l’accusa, portare un bambino a usare una piattaforma significa creare un’abitudine destinata a durare nel tempo.

Nel caso specifico, la ragazza avrebbe iniziato a usare YouTube a sei anni e Instagram a nove, arrivando a trascorrere ore consecutive davanti allo schermo. In un giorno, a sedici anni, avrebbe superato le sedici ore su Instagram. Numeri che, se confermati, raccontano un rapporto fuori controllo.

La posizione delle aziende: strumenti, non trappole

Meta e YouTube negano che i loro servizi siano progettati per creare dipendenza. YouTube, in particolare, ha presentato dati interni secondo cui la giovane avrebbe usato la piattaforma per una media di 29 minuti al giorno negli ultimi anni, un tempo paragonabile a quello di un programma televisivo.

Entrambe le società sottolineano l’esistenza di funzioni di sicurezza: limiti di tempo, possibilità di disattivare autoplay e like, modalità “riposo”. Per loro, la tecnologia non è il problema, ma lo è l’uso che se ne fa.

Il processo Instagram-Meta, quindi, non mette a confronto solo due versioni dei fatti, ma due visioni opposte della tecnologia: da una parte un sistema che spinge al consumo continuo, dall’altra uno strumento neutrale nelle mani dell’utente.

Perché questo caso riguarda anche gli adulti

Anche se al centro c’è una storia adolescenziale, il tema non è confinato ai più giovani. Chi oggi ha tra i 35 e i 50 anni è la generazione che ha visto nascere i social e ora li usa per lavoro, informazione e intrattenimento.

Capire se YouTube crea dipendenza o se Instagram utilizza dinamiche simili significa interrogarsi sul proprio rapporto con lo schermo. Le stesse leve che colpiscono i più giovani agiscono anche sugli adulti, spesso in modo meno evidente.

Cosa potrebbe cambiare dopo il verdetto

Se la giuria dovesse riconoscere una responsabilità legata al design delle piattaforme, le conseguenze potrebbero essere enormi: risarcimenti miliardari e, soprattutto, l’obbligo di ripensare alcune funzioni chiave.

Non si parla di censurare contenuti, ma di intervenire sulle logiche che regolano ciò che vediamo e per quanto tempo. Per la prima volta, un tribunale è chiamato a stabilire se il modo in cui scorriamo, clicchiamo e restiamo online è frutto di una scelta consapevole o di un sistema costruito per non trattenerci online.