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SCIENZA

James Webb svela la più grande culla di stelle della Via Lattea

La scoperta del telescopio James Webb in Sagittarius B2, nube molecolare gigante ricca di stelle neonate

Via Lattea NASA, ESA, CSA, STScI, Adam Ginsburg (University of Florida), Nazar Budaiev (University of Florida), Taehwa Yoo (University of Florida); Image Processing: Alyssa Pagan (STScI)

Il telescopio spaziale James Webb della NASA ha osservato con un dettaglio senza precedenti Sagittarius B2: una nube molecolare gigante di gas e polveri, tra le più estese della nostra Galassia. Le immagini a infrarossi rivelano la presenza di stelle neonate, polvere cosmica e aree ricche di gas.

La probabilità che si stia aprendo la strada a nuove scoperte sui meccanismi di formazione degli astri è molto alta.

Come nascono le stelle

James Webb è il telescopio spaziale più all’avanguardia mai esistito. È stato progettato per scoprire le origini dell’universo, così come studiare l’evoluzione delle galassie e degli esopianeti (esterni al Sistema Solare). Un’enorme operazione scientifica che fa parte di un programma internazionale guidato dalla NASA, con la collaborazione dell’Agenzia Spaziale Europea e Canadese (ESA e CSA).

Secondo l’astronomo Adam Ginsburd, ricercatore dell’Università della Florida, la tecnologia messa a disposizione dalla NASA consentirà una migliore comprensione dei processi di genesi degli astri. Di conseguenza sarà possibile conoscere anche i fattori che determinano la maggior attività di Sagittarius B2 a confronto con altre regioni della galassia.

Il mistero di Sagittarius B2: poco gas tante stelle

Un indizio è probabilmente contenuto proprio nella sua posizione. Sagittarius B2 occupa una regione distante qualche centinaia di anni luce da Sagittaius A. Quest’ultimo è un buco nero supermassiccio che domina il centro della Via Lattea, una zona del nostro universo in cui si concentrano stelle, nubi e campi magnetici.

A fronte di una straordinaria disponibilità di gas, qui la produzione stellare è relativamente contenuta. Sagittarius B2 invece, nonostante contenga solo il 10% del gas del centro galattico, ospita il 50% delle stelle neonate. Si tratta di un mistero per il momento ancora irrisolto, in attesa di nuove evidenze scientifiche.

La tecnologia a servizio degli astronomi

Il telescopio spaziale James Webb è dotato di due strumenti di osservazione:

  • NIRCam (Near Infrared Camera);
  • MIRI (Mid-Infrared Instrument).

Il primo è una fotocamera specializzata nella cattura di immagini nel vicino infrarosso, in grado di schermare la luce proveniente da sorgenti molto luminose. Ciò permette agli scienziati di individuare oggetti con un segnale più debole, come gli esopianeti.

Il secondo, invece, si concentra sulla porzione di spettro compresa tra circa 1,5 e 3 micron, il cosiddetto medio infrarosso. Pertanto fornisce dettagli diversi rispetto a quelli ottenibili con la NIRCam. Ad esempio, ha permesso di analizzare una zona rossa, detta Sagittarius B2 North, rivelando la presenza di una polvere cosmica riscaldata da stelle neonate.

Sono dunque due tecnologie complementari che, installate sul medesimo telescopio, consentono di avere una visione completa dei corpi celesti, sfruttando un’ampia gamma di lunghezze d’onda.

La sfida: una corsa contro il tempo

Nazar Budaiev, dottorando presso l’Università della Florida e membro del team di ricercatori coinvolti nello studio, ha sottolineato che nonostante lo studio dello spazio sia iniziata secoli fa, l’astronomia ha ancora tanta strada da fare. Ogni immagine fornita dal telescopio James Webb è in potenza fonte di scoperte ma anche di nuove domande. La scienza ha quindi l’arduo compito di tenersi al passo della tecnologia di rilevazione, affiancandola con progetti e missioni che diano seguito all’attività di sola osservazione.