Come trasformare una "città-spugna" per assorbire le grandi piogge
Mitigare gli effetti negativi della crisi climatica attraverso la trasformazione dei centri urbani: nasce così l'idea di "città-spugna", ecco di che cosa si tratta.

Tra i più importanti fenomeni legati alla crisi climatica ci sono le alluvioni, che sempre più frequentemente colpiscono le grandi città provocando enormi danni e disagi alla popolazione. L’aumentare delle infrastrutture e il corrispondente diminuire della vegetazione hanno creato le condizioni ideali per far sì che il territorio non sia più in grado di assorbire le grandi piogge: quantità ingenti di acqua si riversano nei fiumi, spesso causando esondazioni dagli esiti drammatici. Nasce così l’idea di sviluppare “città-spugne”, una riorganizzazione dei centri urbani tale da migliorare la loro capacità di assorbimento idrico. Scopriamo di cosa si tratta.
Cosa sono le “città-spugna”: l’idea di Kongjian Yu
Davanti ad una crisi climatica senza precedenti, è fondamentale trovare nuove soluzioni per combattere gli effetti negativi che si riversano nelle nostre città. Uno dei fenomeni più preoccupanti che coinvolgono i centri urbani sono le alluvioni; piogge sempre più intense provocano un accumulo di acqua che, se non assorbita dal terreno, va ad ingrandire i fiumi e, nel giro di poco tempo, a provocarne l’esondazione. Le conseguenze possono essere drammatiche, come ben ci insegna la storia più recente. È proprio da una delle più disastrose inondazioni degli ultimi anni che nasce l’idea della “città-spugna”.
A proporla, già nei primi anni 2000, è stato l’architetto paesaggista cinese Kongjian Yu, vincitore del prestigioso Oberlander Prize proprio per il suo impegno nello sviluppare progetti urbanistici in grado di adattare le città alle nuove condizioni climatiche. A seguito della grande alluvione di Pechino del 2012, il concetto di “città-spugna” ha trovato ancor più successo: si tratta di trasformare i centri urbani applicando sistemi di drenaggio naturale per trattenere l’acqua e rallentarne il deflusso nei fiumi. L’obiettivo è quello di ridurre le probabilità di esondazione, creando al contempo dei serbatoi per mitigare le ormai ripetute carenze idriche durante i periodi estivi.
L’esempio di Copenhagen e lo sviluppo delle “città-spugna” in Italia
Il progetto della “città-spugna” richiede ingenti sforzi per ripensare completamente all’organizzazione dei nostri centri urbani. Secondo Yu, la “spugnosità” di una città è valutabile in base all’equilibrio tra tre diversi tipi di infrastrutture: quelle blu (corsi d’acqua), quelle verdi (erba e vegetazione), e quelle grigie (edifici e superfici impermeabili). Negli ultimi anni, molte metropoli in tutto il mondo stanno compiendo sforzi in questa direzione, con l’obiettivo di aumentare la capacità di assorbimento dell’acqua. Secondo una ricerca condotta da Arup, una delle città più spugnose al mondo è Auckland: metà del suo territorio è coperta da infrastrutture verdi.
In Europa, è particolarmente interessante l’esempio di Copenhagen: dopo alcuni devastanti nubifragi che hanno messo in ginocchio la città, la capitale danese ha messo in cantiere un enorme piano urbanistico per diventare una “spugna”. Centinaia di progetti, molti dei quali già realizzati, hanno come obiettivo quello di proteggere la capitale danese dalle alluvioni e dall’innalzamento del livello del mare. Dalla costruzione di grandi tunnel sotterranei per deviare il flusso delle acque piovane alla realizzazione di fossi erbosi e tetti verdi: tutto contribuisce all’aumentare l’assorbimento del terreno.
E in Italia? Milano, spesso in difficoltà a causa delle esondazioni dei fiumi Lambro e Seveso, sta lavorando per trasformarsi in una “città-spugna”. Il progetto, che coinvolge anche i comuni limitrofi, prevede la realizzazione di 90 interventi di qualificazione finanziati con 50 milioni di euro dal PNRR. Si parla di realizzare oltre 300mila metri quadri di nuove superfici verdi, che ospiteranno un’ampia varietà di vegetazione per assorbire le piogge e deviare il deflusso dell’acqua, passando così da un approccio riparativo ad uno preventivo nella gestione delle alluvioni.



















