Ecco come sono nate e chi ha inventato le emoticon
Nel 1982 uno scherzo finito male portò un uomo a inventare le emoticon: l'incredibile storia che ha dato il via a una rivoluzione nel linguaggio digitale.

Nel tempo si sono evolute, al punto da diventare una parte fondamentale del nostro linguaggio digitale. Le abbiamo usate negli SMS (chi c’era, ricorda bene), poi ci siamo spostati sulle chat e da lì, fino ad arrivare agli smartphone, le abbiamo viste crescere a dismisura. Di emoticon, oggi, ne esistono per tutti i gusti e tutte le situazioni. Ma sapevate che c’è una data esatta in cui tutto è iniziato?
Quando sono nate le emoticon?
19 settembre 1982 alle 11:44, data storica per la comunicazione digitale. Quel giorno Scott Fahlman, professore di informatica della Carnegie Mellon University, digita una sequenza di caratteri che avrebbe cambiato per sempre il nostro modo di scrivere online: : – ).
Contrariamente a quanto si crede, l’emoticon non nasce come “vezzo artistico”: è stata una necessaria soluzione tecnica a un problema di ambiguità semantica. Come documentato da un articolo di Ars Technica, l’invenzione è stata innescata da uno “scherzo di fisica finito male”, che ha reso evidente la necessità di segnalare il sarcasmo nel testo digitale.
L’invenzione di Fahlman è la risposta diretta a una crisi di comunicazione avvenuta sulla bboard, una bacheca elettronica antesignana dei forum, che utilizzavano all’università. Tutto inizia con un quesito di fisica teorica posto dallo studente Neil Swartz: se un ascensore cade nel vuoto con una candela accesa e una goccia di mercurio al suo interno, cosa accade alla fiamma e al metallo liquido?
La discussione degenera quando un altro utente, Howard Gayle, decide di fare uno scherzo: posta un messaggio (“WARNING!”) per avvisare che, a causa di un esperimento di fisica andato storto, uno degli ascensori dell’università è stato contaminato da mercurio. Leggendo il messaggio, chiaramente, molti utenti prendono sul serio l’avviso di pericolo. E si scatena il panico nel campus.
A questo punto si presenta un problema reale: senza il tono della voce o l’espressione del viso, distinguere uno scherzo dalla realtà in un testo digitale è praticamente impossibile.
La soluzione di Fahlman
Dopo aver scartato proposte come l’asterisco o il cancelletto da usare come “segnalatori di sarcasmo”, Fahlman propone la sua soluzione in un messaggio che è diventato leggendario, recuperato dai nastri di backup solo nel 2002 grazie a un’operazione di “archeologia digitale” guidata da Mike Jones: “Propongo la seguente sequenza di caratteri per i marcatori di scherzi: : – ). Leggila di traverso”.
Al contempo, Fahlman suggerisce anche l’uso di : – ( – il suo inverso – per marcare le cose serie (o esprimere dispiacere). Sembra una cosa da poco, guardandola oggi con i nostri occhi, ma l’innovazione è stata geniale: si è chiesto per la prima volta all’utente digitale una “rotazione cognitiva”, cioè di inclinare la testa per vedere il volto umano nella punteggiatura.
La rivoluzione delle emoji
Mentre l’Occidente inclina la testa, in Giappone si sviluppano i Kaomoji (come ^_^), che non richiedono rotazione e si concentrano sull’espressività degli occhi. Ma la vera rivoluzione grafica arriva nel 1999: Shigetaka Kurita, designer per l’operatore telefonico NTT DoCoMo, capisce che la comunicazione mobile necessita di sintesi.
Così crea un set di 176 icone di 12×12 pixel: le emoji. A differenza delle emoticon (che sono fatte essenzialmente di testo), le emoji sono immagini trattate come caratteri. Nate per risparmiare byte sui primi internet mobili (i-mode), oggi sono lo standard globale Unicode.
Quello che è iniziato nel 1982 come un modo per evitare falsi allarmi in una bacheca digitale universitaria ha dato il via alla creazione di un nuovo linguaggio universale. L’intuizione di Fahlman rimane più viva che mai: in un mondo di testi freddi, abbiamo disperatamente bisogno di mostrare il nostro volto.





















