Cloudflare contro AGCOM e Piracy Shield: il ricorso e tutto quello che ti eri perso sulla questione
Il ricorso di Cloudflare contro la sanzione Agcom riaccende il dibattito su Piracy Shield. La vicenda potrebbe ridefinire la gestione della rete in Italia.

Il ricorso di Cloudflare contro la maxi sanzione dell’AGCOM riporta al centro un tema delicato: quanto si può intervenire sulla rete per fermare la pirateria senza compromettere il funzionamento di Internet? Dietro i 14 milioni di euro contestati c’è molto di più di una semplice multa: c’è uno scontro tra visioni opposte su come deve essere gestita la rete.
- Caso Cloudflare e sanzione Agcom: riassunto delle "puntate precedenti"
- Cos’è Piracy Shield e come funziona
- Le critiche tecniche di Cloudflare
- Accesso agli atti
- Il confronto con le regole europee
- Una vicenda che riguarda tutti
Caso Cloudflare e sanzione Agcom: riassunto delle “puntate precedenti”
A inizio 2026, AGCOM ha inflitto a Cloudflare una sanzione da oltre 14 milioni di euro per non aver bloccato alcuni siti segnalati tramite Piracy Shield.
La normativa italiana prevede che i provider intervengano entro 30 minuti dalla segnalazione, oscurando domini o indirizzi IP ritenuti responsabili di contenuti pirata.
Cloudflare ha però deciso di opporsi formalmente, presentando ricorso e annunciando battaglia legale anche a livello europeo. Il nodo non è solo economico: l’azienda contesta proprio il funzionamento del sistema.
Cos’è Piracy Shield e come funziona
Piracy Shield è la piattaforma utilizzata in Italia per contrastare lo streaming illegale, soprattutto legato agli eventi sportivi. Il meccanismo è semplice sulla carta: i detentori dei diritti segnalano contenuti illeciti e i provider devono bloccarli quasi in tempo reale.
Il problema nasce nella pratica. Il blocco avviene spesso su indirizzi IP condivisi, cioè infrastrutture dove convivono migliaia di siti diversi. Intervenire in modo rapido significa quindi rischiare di colpire anche servizi perfettamente legittimi.
Questo fenomeno è noto come overblocking, ed è uno dei punti più critici sollevati da Cloudflare.
Le critiche tecniche di Cloudflare
Secondo Cloudflare, il sistema italiano è troppo impreciso per la rete Internet di oggi. Le moderne architetture di rete sono distribuite, cifrate e basate su infrastrutture condivise. Non esiste più una corrispondenza semplice tra un IP e un singolo sito.
Bloccare un nodo può quindi generare effetti a catena: siti aziendali offline, servizi cloud irraggiungibili, perfino piattaforme di uso quotidiano temporaneamente inaccessibili. Episodi simili, secondo diverse analisi citate nel dibattito pubblico, si sono già verificati.
A questo si aggiunge la crescente diffusione di tecnologie che proteggono la privacy del traffico, rendendo più difficile identificare con precisione i contenuti senza interventi invasivi.
Accesso agli atti
Uno dei punti più delicati riguarda la trasparenza. Cloudflare sostiene che Piracy Shield funzioni come una “scatola nera”, dove le decisioni di blocco sono poco verificabili e spesso basate su segnalazioni private.
Un tribunale amministrativo ha ordinato ad AGCOM di fornire accesso agli atti, ma secondo l’azienda americana la consultazione sarebbe stata solo parziale e limitata.
Questo solleva una questione importante: senza accesso completo alle informazioni, diventa difficile capire se i blocchi siano davvero proporzionati.
Il confronto con le regole europee
La vicenda ha un’intersezione con il Digital Services Act, che impone criteri stringenti quando si limita l’accesso ai contenuti online. Tra questi ci sono proporzionalità, trasparenza e garanzie procedurali.
Cloudflare ritiene che il sistema italiano non rispetti pienamente questi principi, soprattutto per l’assenza di controlli indipendenti prima dei blocchi.
Non a caso, la questione è arrivata anche all’attenzione della Commissione europea.
Una vicenda che riguarda tutti
Potrebbe sembrare una disputa tra grandi attori, ma le conseguenze sono molto più ampie. Il modo in cui viene gestita la lotta alla pirateria incide direttamente su utenti, aziende e servizi digitali.
Blocchi troppo aggressivi possono rallentare la rete, causare disservizi e creare incertezza per chi lavora online.
Dall’altra parte, però, resta il problema reale della tutela dei diritti d’autore.
Il ricorso di Cloudflare contro AGCOM non è quindi solo una questione legale: è un passaggio chiave per definire i limiti dell’intervento pubblico su Internet. E il risultato potrebbe influenzare non solo l’Italia, ma l’intero equilibrio europeo tra controllo e libertà della rete.




















