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Una nuova scoperta fa luce sull'ascesa e il declino delle città Maya

Cos'è accaduto alle grandi città Maya? Il loro crollo non fu dovuto a un clima nefasto ma a dinamiche sociali ancora attive

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Piramide Maya 123RF

Perdura il grande enigma delle città Maya. Un nuovo studio offre una risposta inedita. Non fu soltanto il clima a decretarne la caduta. Fu un complesso equilibrio tra liberà, risorse e potere a comportare il tutto.

Il crollo non fu improvviso, sotto il peso di una presunta catastrofe. Le grandi città come Tikal Copán o Palenque hanno una storia fatta di:

  • crescita;
  • competizione;
  • abbandono.

Un nuovo studio pubblicato negli Atti della National Academy of Sciences (PNAS) rivela che la nascita e il declino delle città Maya furono il risultato di dinamiche ecologiche, sociali ed economiche intrecciate.

Decisamente interessante il pensiero di Douglas Kennett, archeologo dell’Università della California a Santa Barbara e autore principale dello studio. Ritiene che le città classiche dei Maya si svilupparono grazie a una combinazione di crisi climatiche, conflitti interni e innovazioni agricole. Il loro spopolamento sarebbe avvenuto quando la vita urbana cessò di fornire vantaggi rispetto alle campagne.

Tutta colpa del clima

Kennett e il suo team hanno analizzato dati archeologici, climatici e demografici raccolti dal 2012, confrontandoli con nuovi modelli di popolazione ecologica. Il risultato? Una mappa temporale che evidenzia come le fasi di espansione urbana coincidessero generalmente con dei periodi di crisi ambientale.

Kennett ha spiegato come le città Maya abbiano fronteggiato diverse fasi di peggioramento climatico. Il tutto legato alla siccità e, dunque, alla difficoltà di trovare l’acqua. Una realtà che spingeva le popolazioni a unirsi, così da spingere a costruire infrastrutture comuni, migliorando la gestione delle risorse.

La crisi climatica divenne così chiave di un motore di cooperazione e innovazione. Si investì in terrazze agricole e grandi opere di irrigazione, così da migliorare la produttività. Crearono poi vere e proprie nuove gerarchie di potere: chi controllava l’acqua, controllava la vita.

L’abbandono urbano

L’analisi dei dati ha spinto gli studiosi a confrontare lo stato d’abbandono urbano con gli elementi connessi ai dati climatici più recenti. Contrariamente a quanto creduto, le città non crollarono nel corso di periodi di siccità. Raggiunsero la loro fine quando il clima migliorò.

Quando le piogge tornarono regolari e le campagne divennero nuovamente fertili, la popolazione rurale non ebbe più motivo di vivere nelle città, dove le risorse erano costose e il potere concentrato nelle mani di pochi.

In maniera graduale, dunque, si attuò un processo di deurbanizzazione. Le persone scelsero la libertà e l’autonomia dei villaggi, abbandonando i centri monumentali che avevano costruito nei secoli precedenti.

Una lezione che non abbiamo appreso, a dire il vero. Basti considerare i costi elevatissimi dei grandi centri urbani italiani. Che prezzo si è costretti a pagare per vivere a Milano, Roma, Napoli, Venezia e così via?

Ecco le parole di Kennett: “Quando i costi della vita urbana superano i benefici, le popolazioni si ridistribuiscono. È un principio ecologico che vale ieri come oggi”.