Dove e perché le piogge stanno scomparendo
L'impatto dell'uomo è scientificamente provato nella scarsità di piogge: ci attendono inverni sempre più secchi

É evidente come il Sud-Ovest degli Stati Uniti stia diventando sempre più secco. Il mondo scientifico ora punta il dito contro il cambiamento climatico di origine umana. Un nuovo report, infatti, evidenzia come il progressivo calo delle precipitazioni non possa essere spiegato con una semplice variabilità naturale.
L’analisi è stata condotta sul bacino del fiume Colorado. Questo è al centro di una delle crisi idriche più gravi mai registrate nel Nord America. La siccità in corso ha avuto inizio nel 1999 ed è tanto prolungata da essere definita “megadrought”. Un evento che sta mettendo sotto pressione un sistema da cui dipendono ben 7 Stati americani e il Messico. Parliamo di decine di milioni di persone.
Perché piove meno
Da anni ormai gli scienziati avevano stabilito una connessione tra l’innalzamento delle temperature e l’attuale crisi idrica. Di fatto, più caldo significa maggiore evaporazione, suoli più secchi e meno acqua che raggiunge fiumi e bacini. L’intuito però non basta, occorre provare il ruolo del cambiamento climatico nella riduzione delle precipitazioni.
Secondo Jonathan Overpeck dell’Università del Michigan e Brad Udall della Colorado State University, il quadro è cambiato. I nuovi dati ottenuti infatti indicano un trend di lungo periodo verso inverni sempre più secchi. Meno neve e pioggia, per una tendenza che non appare fornire segnali di inversione spontanea.
La svolta è figlia dell’aggiornamento di un serie di analisi iniziate nel 2017. Il tutto è confluito nel rapporto annuale del Colorado River Research Group. L’aggiunta di un altro anno di osservazione e poi due studi chiave hanno rafforzato le conclusioni raggiunte.
Il primo studio (guidato dall’Università del Colorado a Boulder) ha migliorato la capacità dei modelli climatici di effettuare simulazioni in merito all’evoluzione del Sud-Ovest americano. Il secondo, invece, ha ricostruito l’andamento delle temperature su scale temporali di migliaia di anni. Il tutto basato sulla paleoclimatologia.
È stato ottenuto un chiaro contesto storico: l’attuale combinazione di scarsità di piogge e caldo non ha precedenti recenti. Il tutto è coerente, inoltre, con gli effetti delle emissioni di gas serra. Aspettarsi un ritorno a “flussi naturali” del fiume Colorato è una pura illusione.
Zero margine di sicurezza
Un problema a lungo termine, certo, ma non solo. Il bacino ha già consumato gran parte della sua “riserva di sicurezza”, dice Udall. Svuotando i grandi bacini artificiali, nel tentativo di compensare anni di scarse precipitazioni, ormai basta un altro inverno particolarmente secco per arrivare a tagli forzati d’acqua. Il tutto su una scala mai vista prima.
Limitare il riscaldamento globale resta quindi l’unica vera strategia di uscita. Non per miracolo, ma per fisica: meno gas serra significa temperature più basse, un ciclo dell’acqua meno estremo e una maggiore probabilità di inverni umidi.
La lezione, però, va oltre il Sud-Ovest americano. Dalle siccità che alimentano incendi devastanti alle piogge intense che causano alluvioni, il cambiamento climatico sta “potenziando” il ciclo idrologico globale.


















