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Artemis II e la rivoluzione gourmet del cibo nello Spazio: a quanto pare, una prelibatezza

La NASA sta passando da semplici razioni di sopravvivenza a veri e propri menu gourmet per garantire sostenibilità e benessere psicologico agli astronauti.

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Cibo gustoso fluttua in una navicella spaziale 123RF

Dimenticate i tubetti di gelatina insapore: la missione Artemis II segna il passaggio dall’era della sopravvivenza a quella della gastronomia spaziale, con menu che includono brisket di manzo e maccheroni al formaggio, mentre la scienza studia come coltivare orti su suoli alieni per le future rotte verso Marte. Insomma, quello che accade nel famoso film The Martian potrebbe non essere più solo cinema.

Una dispensa tra le stelle

Quando Neil Armstrong e Buzz Aldrin consumarono il loro primo pasto sulla Luna nel 1969, dovettero accontentarsi di cubetti di pancetta e caffè, una necessità calorica più che un piacere.

Oggi, la missione Artemis II sta riscrivendo le regole del catering orbitale. L’obiettivo non è più soltanto mantenere in vita l’equipaggio, ma garantire un benessere psicologico che passi attraverso il palato.

All’interno del Johnson Space Center della NASA, esperti come Xulei Wu lavorano per trasformare buste sigillate sottovuoto in banchetti che ricordano il comfort food terrestre.

Il menu attuale per i quattro astronauti che si sono diretti verso l’orbita lunare non ha nulla a che vedere con le vecchie razioni d’emergenza. Si parla di petto di manzo al barbecue, pollo in salsa, cavolo rosso brasato e persino cobbler ai mirtilli.

La tecnologia di conservazione, che utilizza la liofilizzazione e la termostabilizzazione, permette di rigenerare le pietanze con acqua calda, mantenendo consistenze sorprendentemente vicine a quelle originali.

La percezione del gusto nello Spazio

Mangiare in assenza di peso non è solo una questione di sapore, ma di fisica applicata.

Il cibo nello Spazio deve essere privo di briciole, poiché i frammenti fluttuanti potrebbero danneggiare la strumentazione della navicella Orion. Per questo motivo, le tortillas – meno pericolose – hanno sostituito definitivamente il pane.

Un altro ostacolo riguarda la percezione del gusto. Molti astronauti riferiscono che i sapori appaiono più blandi in orbita, probabilmente perché i fluidi corporei, spostandosi verso la testa, causano una sorta di congestione perenne che limita l’olfatto.

Per ovviare a questo, i tecnici della NASA caricano i piatti con spezie e aromi decisi. Curiosamente, uno dei successi più inaspettati è il caffè istantaneo: se in passato sapeva di gomma bruciata, le nuove miscele studiate per Artemis II sono state descritte come morbide e persino deliziose, un dettaglio fondamentale per mantenere alto il morale durante i dieci giorni di missione.

Agricoltura su Marte

Se per Artemis II la sfida è logistica, per le future esplorazioni verso Marte la questione – si potrebbe dire – diventa agricola.

Una missione verso il Pianeta Rosso richiede riserve alimentari con una durata di conservazione tra i cinque e i sette anni, un limite che i prodotti attuali non possono ancora garantire.

Il professor Suresh Pillai, della Texas A&M University, sta sperimentando l’uso di fasci di elettroni per sterilizzare il cibo senza alterarne troppo la struttura cellulare.

È una tecnica complessa: un esperimento con il manzo teriyaki ha rivelato che alcuni enzimi dell’ananas, se non neutralizzati, continuano a decomporre le proteine della carne nel tempo, trasformando una prelibatezza in qualcosa di sgradevole dopo due anni.

Per questo motivo, la ricerca si sta spostando sulla produzione in loco. In Florida, gli scienziati Anna-Lisa Paul e Rob Ferl hanno dimostrato che l’Arabidopsis thaliana, una pianta comunemente usata nei laboratori, può effettivamente germogliare nella regolite lunare, la polvere superficiale raccolta durante le missioni Apollo.

Sebbene le piante abbiano mostrato segni di stress genetico adattandosi a un terreno così ostile, il fatto che siano sopravvissute apre scenari incredibili.

Contemporaneamente, in Brasile, team di ricercatori stanno testando la resistenza di patate dolci e ceci a condizioni di microgravità simulata, cercando di capire come le radiazioni e i cicli di luce artificiale influenzino la crescita delle colture.

La cucina nello Spazio? Come quella di casa

L’obiettivo finale di questa evoluzione tecnologica non è solo tecnico, ma profondamente umano.

Come suggerito dal biochimico Carlos Hotta, una civiltà spaziale non può basarsi solo sulla sopravvivenza, ma ha bisogno di rituali che creino comunità.

Vedere gli astronauti della NASA scaldare le proprie razioni in un dispositivo simile a una valigetta hi-tech, capace di gestire fino a dodici pasti contemporaneamente e riscaldarli fino a 60 – 70 °C, è l’immagine plastica di questo cambiamento.

In futuro, i coloni marziani potrebbero cenare osservando un tramonto dalle sfumature blu tipico del pianeta, mangiando però qualcosa che ricordi loro la Terra.

Che si tratti di un curry di pesce o dei classici maccheroni al formaggio, il cibo rimane il legame più forte con le proprie radici, un pezzo di casa che viaggia a migliaia di chilometri orari nel buio del cosmo.