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SCIENZA

Il cambiamento climatico sta riducendo drasticamente le riserve di acqua dolce

Le riserve di acqua dolce stanno diminuendo in tutto il mondo: uno studio svela cosa sta succedendo sotto i nostri piedi e perché non possiamo ignorarlo

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Non è un falso allarme: le riserve di acqua dolce del pianeta, cioè quella minima parte del patrimonio idrico globale che possiamo bere, usare in agricoltura e su cui si basano molti ecosistemi terrestri, stanno diminuendo.

Non lentamente, non in modo isolato, ma a un ritmo accelerato, in tutte le principali regioni del mondo: tutto ciò sta accadendo sotto i nostri piedi, nella geografia invisibile delle falde sotterranee, dove ciò che ancora esiste è quel che resta di un equilibrio rotto, tra ciò che preleviamo e ciò che la Terra riesce a rigenerare.

Lo studio sulla siccità continentale

A dare questa drammatica notizia è stato uno studio internazionale condotto da un team di ricercatori dell’Arizona State University, durato più di vent’anni e pubblicato sulla rivista scientifica Science Advances.

I ricercatori si sono basati sui dati raccolti nel periodo tra il 2002 e il 2024 dai satelliti NASA GRACE e GRACE-FO, che misurano le variazioni della massa terrestre legate all’acqua presente nel sottosuolo, nella neve, nei fiumi, nei laghi e nei ghiacciai.

Mese dopo mese, hanno monitorato la quantità di acqua dolce disponibile e, purtroppo, il risultato è stato inequivocabile: in molte aree del mondo le perdite sono così gravi da far parlare di “prosciugamento continentale”.

Ma non si tratta solo di fenomeni locali o stagionali: lo scenario descritto coincide con un momento ben preciso, che ha segnato un prima e un dopo nella storia idrica terrestre.

La situazione globale

Precisamente, secondo i ricercatori, intorno al 2014-2015 si è verificato un punto di svolta: si è innescato un cambiamento climatico estremo, che ha reso molte zone del pianeta più secche e ha aumentato la pressione sull’acqua sotterranea.

Da quel momento, la perdita si è intensificata: in media, ogni anno più di 800.000 chilometri quadrati di superficie terrestre si sono aggiunti alla categoria delle zone in siccità cronica.

Il dato più allarmante riguarda l’origine di queste perdite: il 68% del prosciugamento osservato a livello globale è dovuto allo sfruttamento eccessivo delle falde acquifere.

Si tratta di riserve accumulate in tempi lunghissimi, in parte non rinnovabili, che vengono utilizzate per agricoltura, industria, consumo umano. In molti casi, la velocità con cui le estraiamo supera di gran lunga quella con cui si rigenerano.

Gli effetti dello squilibrio

Questo squilibrio ha effetti diretti non solo sulla disponibilità d’acqua, ma anche sull’innalzamento del livello del mare, perché la risorsa estratta e dispersa nei cicli atmosferici finisce per contribuire a quel fenomeno tanto quanto lo scioglimento dei ghiacci di Groenlandia e Antartide.

Ma non solo. A giocare un ruolo purtroppo impattante è il riscaldamento globale, che ha generato quattro grandi regioni di “prosciugamento accelerato” nell’emisfero nord: il sud-ovest del Nord America, l’Alaska e il Canada settentrionale, la Russia siberiana e, soprattutto, una fascia che va dall’Europa occidentale fino al Nord Africa.

Le azioni possibili

Se l’acqua dolce è una risorsa “a scadenza”, l’uso che ne facciamo non può più essere lasciato all’improvvisazione. Lo studio suggerisce chiaramente che una parte del problema è tecnica, ma un’altra è politica e culturale.

Occorrono, dunque, strategie condivise per la gestione sostenibile delle falde acquifere, con regole precise sul prelievo, tecnologie per il riuso e strumenti di monitoraggio che permettano agli Stati di capire, in tempo reale, cosa succede sotto terra.

Un altro nodo è quello della cooperazione internazionale. Le acque sotterranee non conoscono confini, ma gli interessi economici sì. Per evitare conflitti futuri (e per garantire che l’accesso all’acqua resti un diritto e non un privilegio) sarà fondamentale sviluppare accordi multilaterali, condividere conoscenze e ridurre lo sfruttamento agricolo intensivo nelle zone a rischio.

Non si tratta solo di salvare le riserve: si tratta di immaginare un equilibrio nuovo tra uomo e pianeta, che abbia come condizione minima il rispetto di ciò che rende possibile la vita.